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Domenica scorsa a Roma c’era una grazia spaventosa di concerti. All’Olimpico c’erano gli U2 che festeggiavano i 30 di “The Joshua tree”, il capolavoro contenente “With or without you”, “I still haven’t found what I’m looking for”, “Running to stand still”, “Bullet the blue sky” e soprattutto “Where the streets have no name”, forse la più U2 di tutte le canzoni degli U2, l’album che ha dato il via ad una tournée mondiale che ha portato la band dublinese fino a vette inimmaginabili. All’Auditorium c’era Philip Glass, che a 80 anni suonati ripercorreva la sua opera pianistica – per chi volesse approfondire, consiglio il doppio CD in cui Valentina Lisitsa si cimenta nelle esecuzioni, a chi necessita di un assaggio direi di provare con i “Four movements”, nella versione per due pianoforti eseguita dalle sorelle Labèque – che è piuttosto distante dalle sue sperimentazioni elettroniche e minimali, ma è spesso di una bellezza accecante. All’Ex Dogana di San Lorenzo c’erano i Primal Scream, band scozzese dalla storia più che trentennale e dai mille volti, dal rock alternativo degli inizi alla psichedelia ed all’elettronica industrial, dai testi edonisti a quelli politicamente impegnati, da “Come together” a “Swastika eyes”.

Non ho neanche mai preso in considerazione l’idea di andare a vedere gli U2: prezzi proibitivi, band tronfia, un po’ bollita e molto lontana dagli ideali e dalla forza della loro storia vera, quella dei primi 15 anni di carriera. Con un’amica eravamo in dubbio se andare a vedere Glass o i Primal Scream, poi lei ha organizzato mentre io passavo la domenica in giro per ville a Tivoli (seguirà reportage fotografico, ma non prima di altri post legati ad altre peregrinazioni in giro per Portogallo ed Italia) e ha optato per le emozioni forti, il volume, la pancia, in una parola per il rock.

Premetto che non ho una conoscenza approfondita dei Primal Scream – anzi, tra i presenti ero uno di quelli che li conosceva meno. Aggiungo che i miei Primal Scream preferiti sono quelli che un mio amico una volta definì “truzzi”: quelli della gazzarra elettronica, del trance e dell’industrial, dei ritmi ossessivi e dei rumori alienanti; quelli di “Xtrmntr” e “Evil heat”, due dischi storti, pubblicati a cavallo del cambio di millennio, con molti punti di contatto ed alcune differenze cruciali – due capolavori travolgenti e bizzarri. Due dischi che, con l’eccezione di “Swastika eyes”, andando al concerto non immaginavo che avrei sentito molto rappresentati da una band che, alla fine della fiera, consta di voce, chitarra, basso, tastiere e batteria.

Dei 14 brani che Bobby Gillespie e soci hanno suonato, infatti, ne ho personalmente riconosciuti meno della metà. Ma il punto non è assolutamente questo. O forse lo è, ma di sfuggita: perché indipendentemente dall’aver riconosciuto poco, il concerto è stato sensazionale. I Primal Scream hanno approssimativamente la stessa età degli U2, ma hanno una voglia, un’energia, una passione che Bono e soci si sognano da tempo. Tengono il palco in modo esemplare, costruiscono il suono perfettamente, riarrangiano i loro brani per farli rendere al meglio e li suonano con passione e convinzione.

Il sound è pieno, acidulo e caldo, ben miscelato, sfrontato, efficace, spicca soprattutto l’onnipresente chitarra, potente, aggressiva ma mai invasiva, Andrew Innes è fantastico, è anche un discreto personaggio, in camicia e cappello; le tastiere sono un po’ sacrificate (ma quando serve si sentono benissimo), basso e batteria fanno il loro lavoro. I Primal Scream dal vivo sono una band spettacolare, anche con un pubblico tutto sommato freddino (a parte una mezza dozzina di ultras che Gillespie ad un certo punto ha persino dovuto zittire) risultano potenti, trascinanti. Fa tristezza dirlo, ma sono davvero una band d’altri tempi – i tempi in cui suonare e coinvolgere era quello che definiva una grande band e lo spettacolo era qualcosa di accessorio, non il punto centrale di un concerto.

Che altro dire? Ringrazio la mia amica per la scelta (sì, gliel’ho detto di persona e questa è solo una sviolinata, lo so), rimpiango solo di non averli mai visti in precedenza e consiglio a chiunque possa di andarseli a godere il prima possibile. I Primal Scream dal vivo sono una cosa memorabile.

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