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L’articolo che da stamattina sta creando una quantità innumerevole di discussioni a proposito della supposta eticità della dieta vegana, ponendo l’accento su una serie di problemi di sfruttamento del territorio o dei lavoratori legati alla coltivazione o produzione di alcuni alimenti chiave della dieta vegana, o comunque consumati in gran parte dai vegani, ha un merito fondamentale: quello di ribadire che, ad oggi, l’unica scelta veramente etica a livello alimentare sarebbe il digiuno. E sostenere che la scelta vegana è etica in sé, poi se c’è sotto dello sfruttamento è colpa degli sfruttatori, è un po’ come dire che va benissimo fare continuamente acquisti su Amazon con il 25% di sconto, se Amazon sfrutta i dipendenti è un problema solo suo: un po’ ipocrita.

Qualunque scelta venduta come “etica” è, alla prova dei fatti e nel momento in cui la produzione degli alimenti è demandata a privati che operano con le stesse regole di mercato di chi commercializza elettrodomestici e voli low cost, una truffa. Parole come “bio”, “slow food”, “vegan” suggeriscono comportamenti e scelte apparentemente meritori, ma in realtà non sono altro che brand, tra l’altro molto spesso classisti, che creano eserciti di individui, sovente trasformandoli in adepti, convinti di una qualche superiorità morale che nella realtà non esiste.

Basta una semplice analisi del testo: dire, come da stanco ritornello degli amanti del “bio”, “certo, il bio costa un po’ di più, ma la qualità è tutta un’altra cosa” significa, a conti fatti, “io mi posso permettere di spendere di più per mangiare roba migliore, chi è più povero si fotta con i prodotti di scarto”. E questo non pone un problema molto diverso da quello sollevato da un articolo che rileva come il triplicare dei prezzi del quinoa, causato da ovvie dinamiche di domanda e offerta, comporti che per i poveri boliviani diventa più conveniente il cibo spazzatura americano.

È inconcepibile pensare di risolvere il problema dell’alimentazione di oltre 7 miliardi di persone con soluzioni a basso costo che prevedano un’etica accettabile del lavoro e uno sfruttamento non intensivo del territorio e degli animali senza le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Il problema è che, grazie ad un gruppo di integralisti miopi ai limiti del complottismo, si è preventivamente impedito pressoché qualsiasi investimento pubblico in tal senso, accarezzando il mito del piccolo agricoltore con l’orto tipo i racconti della nonna. Questo ha lasciato terreno completamente libero alle multinazionali, che hanno guadagnato un vantaggio competitivo misurabile in anni e che si trovano oggi in una condizione difficilmente intaccabile di monopolio, dal quale offrono sementi ai prezzi che desiderano con la quasi certezza di venderli senza problemi: perché l’alternativa, per gli agricoltori, sono piante più deboli, più esposte alle infestazioni, da cui devono essere liberate con metodi antiquati ed inefficienti come il rame, che tra l’altro è un metallo pesante che viene in questo modo sparso sul terreno – il romanticismo dell’agricoltura di una volta.

Poi possiamo pure dire che il nostro obiettivo è proprio un mondo diverso, in cui l’alimentazione, come buona parte del resto, non sia nelle mani dei privati e non ci sia bisogno di politiche redistributive perché le inuguaglianze verranno impedite all’origine, ma nel frattempo i poveracci che coltivano la soia per due spicci e che tra tre anni avranno il territorio devastato perché la soia è terribilmente aggressiva, con cosa e come si prevede che si sostentino? Si fa una quantità enorme di discorsi sul come risolvere i problemi in teoria, strutturalmente e definitivamente, ma ogni tanto ci si dimentica della congiuntura: domattina, nel frattempo, che facciamo? Perché nel frattempo la produzione di quinoa in Bolivia è controllata da squali che sfruttano terreno e lavoratori, che il quinoa non possono nemmeno più permetterselo.

Questi sono discorsi che una persona molto intelligente della professione, l’agronomo del Ministero delle Politiche Agricole, ed incidentalmente romanziere, Antonio Pascale, porta avanti da anni, per lo più insultato o sbeffeggiato da gruppi che hanno personalmente avallato una serie di decisioni disgraziate che stiamo pagando carissime e continueremo a pagare per decenni. Perdonatemi se non intendo starli a sentire.