Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ecco un’interessante lezione che ci viene dalla lingua della terra d’Albione.

Una delle parole preferite delle persone che sfruttano il lavoro e la disponibilità, a volte forzata o comunque estorta, degli individui che hanno accanto, è “collaboratore”. Non è mai davvero chiaro quello che significa essere un “collaboratore”: di solito, implicitamente, uno che dà una mano a titolo imprecisato, il che, a Cialtronia, significa per la gloria, forse per il curriculum, ma molto spesso non per i soldi né per un progetto di lungo periodo. Un collaboratore non è uno con cui si ha un rapporto forte e stabile, è uno che c’è e non si sa cosa e soprattutto quanto faccia.

Dall’inglese, la parola “collaborator” può essere tradotta in due modi: come “collaboratore” e come “collaborazionista”. Di conseguenza, il termine assume una connotazione piuttosto negativa, e viene usato raramente per descrivere le situazioni lavorative: si preferiscono i termini “co-worker”, “cooperator” o “contributor”, a volte “colleague”. Una persona che usa l’inglese in ambito lavorativo tendenzialmente non chiede ad un professionista con chi o a che cosa ha collaborato, ma con chi la lavorato e a che cosa ha contribuito.

In effetti suona molto meglio: si “contribuisce”, non si “collabora”, alla realizzazione di un progetto. Un “contributo” è qualcosa di rilevante, di significativo, e soprattutto di definito: è sempre possibile identificare il contributo di una persona ad un lavoro. “Contribuire”, inoltre, subito l’idea di partecipazione attiva, di lavoro effettivamente svolto, che come tale viene riconosciuto, sia in sede di attribuzione dei meriti sia in termini di compenso.

O magari si “coopera”, che invece dà una vivida sensazione di assenza di strutture gerarchiche: nessuno coopera per un capo, si coopera con una squadra per raggiungere un obiettivo comune.

“Persona con cui si lavora”, “collega”, “membro del team”, analogamente, sono tutte espressioni che fanno pensare a parità di livello, in questo caso non necessariamente in senso gerarchico (si può dirigere un team ed indicare gli altri membri come tali), ma sicuramente in senso di partecipazione. Un “collaboratore” dà l’idea di essere una persona esterna, non coinvolta personalmente nelle attività, che fa saltuariamente la sua parte e poi se ne va. Come tale, non necessita di un riconoscimento formale al di là della pacca sulla spalla.

Le parole sono importanti e molto spesso vanno molto oltre gli aspetti puramente formali di un discorso: usiamole correttamente. O, almeno, le usino correttamente le persone che sono vittime di sfruttamento: lasciamo a chi vuole ostentare che si approfitta degli altri l’uso esclusivo del termine “collaboratore”.

Annunci