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Un’amica mi ha inseguito per mesi con la richiesta, molto persistente e motivata, di dare una chance da una giovane musicista sudafricana con base a Berlino di nome Alice Phoebe Lou. Io però a volte sono scemo e l’ho più o meno ignorata, aiutato dal fatto che non è nemmeno molto semplice ascoltare qualcosa di suo su Internet, perché questa tizia è molto meno che poco conosciuta e molto più che indipendente. Poi la mia amica, Teresa, tre settimane fa mi ha comunicato che detta Alice Phoebe Lou avrebbe suonato al Lanificio il 27 settembre, peraltro gratuitamente. Intendiamoci, Teresa ascolta ottima musica, quindi ci sarei andato anche se avessi dovuto pagare una decina di euro, ma così decidere è stato davvero facile.

Attorno alle dieci di sera (perché a Roma cominciare un concerto ad un orario compatibile con la sveglia di chi attacca a lavorare alle otto di mattina è inconcepibile) uno scricciolo biondo e bellissimo si è sistemato sul palco con una chitarra elettrica ed un tizio circondato da tastiera, percussioni elettroniche e laptop, e ha iniziato a cantare. C’era pure un metallofono di lato, ma quello serviva alla Lou quando non usava la chitarra. E per l’appunto: dicevamo che sono scemo.

I primi brani sono stati di impronta decisamente blues, e sentirli accompagnati da una strumentazione sostanzialmente elettronica aveva un che di curioso, ma decisamente piacevole ed originale. Alice Phoebe Lou li ha cantati con una voce cavernosa che ricordava vagamente quella di Lhasa. Tanta malinconia, in una serata in cui la stessa artista ha dichiarato che si sentiva un po’ giù a causa di un brutto periodo a livello personale, e che il suo approccio alla serata ne avrebbe risentito. Poi, via via che la serata è andata avanti, la musica ha mantenuto il suo colore scuro, ma ha anche visto momenti più sciolti e rilassati. Avvicinandosi alla fine del concerto, la bella Alice Phoebe ci ha tenuto a farci sapere che il cantato dilaniato e profondo non è l’unica cosa che sa fare, aumentando volumi ed altezze e segnalandosi per una voce duttile e bellissima e per una capacità comunicativa tenera e potente, pur rimanendo sempre su sonorità complessivamente blues e su un mood malinconico, ma certo meno dimesso. Difficile rimanere impassibili – anzi, difficile non innamorarsene.

La Lou ha ricordato svariate volte agli astanti che il duo con un tizio, tale Matteo, che si fa il mazzo per suonare la qualsiasi mentre normalmente è un bassista, non è esattamente il suo approccio usuale alle esibizioni dal vivo, perché normalmente suona in una band da cinque elementi. Ha inoltre più volte sottolineato come il concerto fosse stato provato poco e si basasse molto su improvvisazione ed umore, fino al punto che verso la fine si è accorta di aver saltato un brano. L’insicurezza, addirittura quasi un senso di inadeguatezza nel dover suonare in un modo diverso pezzi che sono stati concepiti per la band, erano percepibili e, per chi ascoltava rapito un concerto in cui c’era tutto quello che serviva – buona musica ed una che oltre a saperla suonare la suonava con grandissima emozione e partecipazione – risultavano incomprensibili. L’aspetto curioso della faccenda è che al momento lei ha pubblicato tre dischi: un EP ed un un album registrati in studio ed un live, a duo con lo stesso Matteo.

È stato un concerto sensazionale ed adorabile (o forse il concerto è stato sensazionale, Alice Phoebe Lou è stata adorabile), è durato troppo poco e mi ha lasciato con l’amaro in bocca il fatto di non aver dovuto pagare per vederlo e non aver potuto nemmeno pagarla comprandole un disco perché non si era tirata dietro il materiale. In compenso l’ho ringraziata, le ho detto che sicuramente comincerò a seguirla: lei mi ha risposto che tornerà presto a Roma, stavolta con la band; al che le ho risposto che questo continuo quasi scusarsi per la strumentazione minimale era fuori luogo, perché aveva fatto un’esibizione meravigliosa, soffice e intensa.

Davvero una tizia straordinaria. Speriamo torni presto sul serio.