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Tre concerti in sette giorni: è questo, per il momento, il bottino autunnale da queste parti. L’unico problema è che avrebbero dovuto essere in ordine inverso. Il primo live della serie è stato quello di mercoledì 8 novembre, protagonista Nick Cave And The Bad Seeds al Palaeur (io ci sono cresciuto, coi concerti al Palaeur, e mi rifiuto di chiamarlo in modo diverso), di cui parlo solo con qualche giorno di ritardo perché quando ti succedono certe cose prima di poterne scrivere le devi razionalizzare.

Un paio di considerazioni oggettive. Primo, al Palaeur l’acustica è in buona sintesi un cesso e la visuale è approssimativa: far pagare i biglietti di galleria 46 euro e quelli di tribuna con visibilità limitata 69, in entrambi i casi più commissione (1,50 euro da Orbis), è un furto con scasso, e non mi interessa che oramai questi siano i prezzi o che ci siano posti dove è peggio. Secondo, il fatto che nonostante i prezzi elevati il Palazzetto fosse tutto sommato pieno per uno come Nick Cave (60 anni appena compiuti, oltre 30 di carriera coi Bad Seeds con apici indimenticabili oramai vecchi più di 20 anni), con partecipanti peraltro di età molto diverse, è consolante e dà la sensazione che forse sia rimasta ancora gente che la buona musica la cerca e la ascolta. Forse: poi si vedono in giro i manifesti che pubblicizzano il concerto di Cesare Cremonini allo stadio Olimpico e questo barlume di ottimismo soccombe immediatamente.

Passiamo a parlare di quello che è successo davvero mercoledì sera al Palaeur. Ringrazio prima di tutto chi ha deciso di spegnere le luci alle 21:10, invece che alle 23:30: alle nove e un quarto la band era sul palco. Un primo pezzo per voce e pianoforte, e poi lo show ha preso subito una piega meravigliosa con un singolo estratto da “Skeleton tree”, uscito lo scorso anno, “Jesus alone”: brano di circa sei minuti, scuro, cupo, cavernoso e devastante. Un altro pezzo nuovo e poi “Higgs boson blues”, circa 11 minuti altrettanto dirompenti, con Cave a chiedere ripetutamente al pubblico di ascoltare il suo cuore che batte – “boom, boom, boom!”. Momenti intensi e spaventosi. Non ho capito se perché si sono presentati ad inizio concerto e non ero preparato ad un attacco così violento, o se quello che mi è passato sopra era davvero un treno emotivo carico.

C’è una cosa da dire su Nick Cave: non lo avevo mai visto dal vivo, ed il concerto non è stato quello che mi aspettavo. In effetti, è stato molto meglio. Credevo che avrei assistito ad un concerto dimesso e cupo, di uno con una voce bassa e struggente ed una comunicazione forte ma sottile. Niente di tutto questo: Cave dal vivo è prima di tutto travolgente, in secondo luogo abbagliante e potentissimo. Da tutti i punti di vista, a in particolare da due: primo, la sua empatia è dirompente, quasi violenta; secondo, ha una voce pazzesca, forte, ferma, drammatica.

Una piccola postilla su cosa è significato essere lì, anche se nel sottotetto: Nick Cave ha fatto quasi tutta l’esibizione in piedi su una barra posta dove normalmente sono le transenne, a stretto contatto col pubblico, abbracciando e stringendo mani in continuazione. Nel frattempo, la band che lo accompagnava faceva a botte con un’acustica come al solito non all’altezza, eppure riusciva a farsi valere. Nonostante i soliti rimbombi ed il suono complessivamente confuso, si riuscivano ad apprezzare una raffinatezza sonora, un’eleganza esecutiva, una ricercatezza interpretativa davvero straordinarie. Bravi, bravi, bravi tutti.

Il concerto è proseguito rimanendo su standard pazzescamente alti per quasi due ore di alternanza di brani nuovi e classici selezionati da un repertorio troppo vasto per poter essere esplorato interamente. Niente “Do you love me?”, niente “Henry Lee”, niente “Where the wild roses grow” (eppure, su “Distant sky” ha duettato con una voce incisa, poteva chiedere a PJ Harvey di fare lo stesso, certo poi probabilmente del Palaeur sarebbero rimaste le macerie), niente “Song of joy”; in compenso sontuose “Tupelo”, “Into my arms” (in orchestrazione blues) “The mercy seat” e “The weeping song” con cui Cave ha iniziato i bis – tre brani, quasi mezz’ora ulteriore di esibizione, compresa una passeggiata nel parterre e l’invito a salire sul palco ad un centinaio di persone del pubblico. Chiusura poco dopo le 23:30, con gente esausta ed estasiata da un’esibizione spossante ma abbagliante, dura ma catartica.

Un concerto assolutamente pazzesco. Indimenticabile.

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