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E così si è conclusa la mia personale sessione autunnale dei concerti a Roma. O almeno così credevo, perché invece si è imprevedibilmente aggiunta una piccola coda, all’inizio della settimana prossima. Per il momento, comunque ha chiuso Zola Jesus, che martedì 14 novembre si è esibita al Monk, noto figliastro del Circolo degli Artisti, luogo dove l’avevo vista ed apprezzata sei anni fa.

Alcune considerazioni sulla carriera di Nika Roza Danilova. Nel 2011 venne a Roma come giovane cantautrice proposta da una casa discografica di piccole dimensioni, la Sacred Bones Records, dalle strumentazioni minimali ed elettroniche, dalle ambientazioni dark e con una solida band alle spalle. All’epoca fece più o meno il tutto esaurito. Poi le cose non le sono andate benissimo: provò il lancio in un giro più grande, passando alla Mute Records, tentando di rimanere ancorata al suo tipo di comunicazione, ma con una veste musicale più spendibile: il risultato fu “Taiga”, pubblicato nel 2014, un album francamente modesto, povero di spunti, per giunta di scarso successo. Dopo il mezzo fiasco, Zola Jesus è tornata alla Sacred Bones e ha ripreso il discorso dove lo aveva interrotto. Il suo ultimo album, “Okovi”, è quello che uno si sarebbe aspettato di ascoltare dopo “Conatus”, una sua evoluzione in chiave techno-pop, con strumentazione più presente ed ossessiva ed analoghi richiami scuri e macabri.

Niente di male, non c’è nulla di sbagliato nel tentare di uscire dalla propria zona di conforto, come non c’è nel non riuscirci, mentre c’è molto merito nel rendersene conto e tornare indietro, e ce n’è ancora di più nell’accettare che la propria dimensione è la nicchia. Infatti “Okovi” è un disco bellissimo, con cui Zola Jesus ha ripreso il discorso con cui ci aveva lasciati nel 2011, solo con un 3-4 anni di ritardo.

Al Monk martedì sera c’erano forse 150 persone, parecchie meno che al Circolo sei anni fa, ed è un peccato. Perché il concerto, ancorché breve, è stato bello, intenso e molto caldo. Ecco, se c’è un aspetto in cui Nika Roza non è rimasta indietro è l’esibirsi dal vivo. L’avevo lasciata trascinante ma incerta, potente ma spaesata, l’ho ritrovata consapevole e convinta, affascinante e coinvolgente, molto più a suo agio con l’idea di comunicare quello che ha dentro.

Abbandonata la band ed abbracciata in modo più completo l’elettronica, Zola Jesus è accompagnata da due tizi: un chitarrista, che per la maggior parte del tempo fa più tappeto sonoro che altro, ed una violista. Per il resto, basi ed elettronica digitale che gestisce lei stessa. Più la voce – quella sì, più matura, controllata, professionale. Bella e potente quando ce n’è bisogno, più dimessa e buia, sempre bassa e molto calda.

Ha suonato parecchio del suo ultimo lavoro, iniziando con la splendida “Veka” (grande entrata in scena, anche se forse un pezzo così avrebbe meritato una collocazione più in avanti, con le persone calde e perfettamente dentro al mood del concerto), e chiudendo, prima dei bis, con “Exhumed”, primo brano del disco dopo il breve intro. Bassi potentissimi, un impianto accettabile, un’acustica più che discreta per le condizioni della sala, sporcata tuttavia da qualche vibrazione di troppo, e tanta energia. Pur con i i suoi brani compassati e malinconici, Zola Jesus non canta ferma e a testa bassa: si muove, si agita, chiama il pubblico (a suon di bestemmie in italiano, grosso modo l’unica cosa che sa dire nella nostra lingua), usa il corpo e tutto quello che ha per esprimersi. La sua musica può essere malinconica e triste, ma non è sconfitta.

L’unica pecca del concerto, la scarsa durata: dopo circa un’ora, i tre musicisti hanno lasciato il palco, per rientrarvi dopo un paio di minuti, suonare un solo pezzo e salutare. Con un repertorio di 3 album (più un semidisperso disco d’esordio realizzato in casa) e 2 splendidi EP, si poteva pescare parecchio di più: che fine hanno fatto pezzi come “Seekir”, “Manifest destiny” e “Poor animal” (brano spettacolare pubblicato sull’EP “Valusia” e poi inspiegabilmente trucidato dalla Sacred Bones nel momento di compilare la scaletta di “Stridulum 2”)?

Peccato. Davvero, Zola Jesus poteva fare di più. Meglio, probabilmente no.