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Avevo questo film sul computer da mesi e non l’avevo mai guardato. Avevo due paure: primo, che fosse un film a sfondo religioso, e come tale non mi sarebbe piaciuto; secondo, che fosse un film di pura critica alla fede, di quelli aggressivi ed irridenti, e come tale non mi sarebbe piaciuto. L’avevo scaricato per stima nei confronti di un paio di attori, lo svizzero Bruno Todeschini e, molto più importante, la meravigliosa Léa Seydoux, la donna più bella della storia dell’universo, che fortunatamente non soffre di particolari problemi di pudicizia, tanto che credo “Lourdes” sia la prima pellicola che ho visto in cui lei appare completamente vestita dall’inizio alla fine. Alla fine ho deciso di vederlo perché ieri volevo guardare un film in francese per ragioni di studio e ha vinto lui.

Cominciamo da questo: il film non parla di fede, e parla anche poco di religione. Quello di cui parla sono gli uomini, le persone, e diciamolo fin dall’inizio, non ne parla molto bene.

La protagonista dell’opera è Sylvie Testud, che interpreta una donna affetta da sclerosi multipla, che per disperazione, ed anche per fare qualcosa di nuovo, tenta la carta del pellegrinaggio a Lourdes. Durante la sua permanenza si sente palesemente fuori posto ed esterna opinioni e commenti su realtà inconfutabili senza curarsi delle conseguenze; è assistita da Maria, la volontaria interpretata dalla Seydoux, coadiuvata dalla coordinatrice del viaggio. Le sue interazioni principali avvengono con la compagna di stanza, che non si capisce bene cosa abbia, ma è devota all’immagine della Madonna ai livelli della superstizione, con un paio di altre beghine presenti in loco non si sa a che titolo, un sacerdote che parla per frasi fatte e risponde alle domande, talvolta apertamente provocatorie, che gli vengono poste con frasi da prontuario del cattolico dilettante, e con un tizio in uniforme con cui sembra esserci un interesse, ostacolato dalle condizioni della donna.

Quello che viene evidenziato per tutta la durata della pellicola è la palese, finanche ostentata mercificazione del miracolo, con relativa sottintesa presa in giro dei pellegrini. L’idea che la struttura sfrutti la fede di pochi e la disperazione di molti per campare con viaggi organizzati tra il grottesco ed il distopico non è solo suggerita, è espressa in termini piuttosto chiari. Poi, a due terzi del film, Christine improvvisamente è in grado di alzarsi, e dunque si grida al miracolo: persino i medici da cui viene portata (e da cui c’è la fila, perché i sospetti miracoli sono tutt’altro che rari, laggiù), per quanto prudenti nel ricordare che la sclerosi multipla può conoscere fasi di apparente remissione, sono sorpresi dall’entità del recupero.

A questo punto il film, per così dire, parte all’attacco. Le reazioni dei pellegrini all’apparente guarigione sono sintetizzabili nelle seguenti tre parole: “perché a lei?” Il sacerdote è ovviamente preso in contropiede e reagisce alla sorpresa tirando fuori le migliori frasi di circostanza del prontuario, in sequenza; gli altri malati la guardano con invidia e sospetto, apertamente delusi dal fatto che non sia toccato a loro; le beghine ne hanno un po’ per tutti, ogni volta che aprono bocca è una sentenza, solitamente di uno squallore indecente. Le uniche che non ne escono a pezzi sono la compagna di stanza di Christine, che assiste in silenzio agli eventi, e Maria, che è tutto sommato il personaggio di contorno più umano. Il tutto fino ad un finale amarissimo, che mette ancora più a nudo rancori, meschinità e povertà umana delle persone.

“Lourdes” è un’opera di un cinismo spettacolare. La cosa interessante è che non c’è un attacco diretto alla fede o alla disperazione, né in generale alla situazione che vivono i pellegrini, di cui invece il santuario di fatto si prende gioco. Forse avrebbe potuto essere più aggressiva in alcuni momenti, ma davvero anche così ce n’è abbastanza.

Una riflessione sull’attrice protagonista del film, Sylvie Testud: per tutti i 95 minuti di visione avrei voluto abbracciarla fortissimo; poi ho visto una sua intervista a proposito della pellicola, ed avrei voluto abbracciarla ancora di più. È bionda, mette a nudo realtà assurde, ha gli occhi chiari e lo sguardo sognante: Luna Lovegood esiste davvero, ma è un’attrice francese. Un’attrice francese che nel 2003 ha recitato in “Stupeur et tremblements”. In altre parole, Luna Lovegood ha interpretato i grotteschi e fantozziani tentativi della giovane Amélie Nothomb di farsi strada in una grande azienda giapponese: voglio vedere quel film!

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