Anne Brontë: “La signora di Wildfell Hall”

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Ho comprato e letto questo libro a seguito di una breve conversazione su Twitter con una tizia che chiedeva ai suoi follower quale fosse la loro sorella Brontë preferita: avendo io letto materiale solamente di Emily (“Cime tempestose” e qualche poesia) e di Charlotte (“Jane Eyre” e “Villette”), e nulla di Anne, non potevo rispondere compiutamente alla domanda. Mi è stato allora consigliato di leggere quanto prima “La signora di Wildfell Hall”: essendo il libro disponibile nella libreria sotto casa a 4,90 euro, ho seguito il consiglio.

Il libro sostanzialmente consta di due romanzi quasi separati: una narrata da un uomo che ricorda degli eventi accadutigli anni prima tramite delle lettere ad un amico, la seconda raccontata tramite un diario da una giovane donna, ed è in pratica un flashback che si conclude con l’inizio della prima; nella terza e conclusiva parte, le due sottotrame convergono fino a giungere al finale.

Dal punto di vista stilistico, quindi, la più giovane delle sorelle Brontë si è andata a cacciare in un guaio di discrete proporzioni, essendosi posta l’obiettivo di narrare una vicenda da due punti di vista separati, tra l’altro fino ad un certo punto confliggenti, peraltro di sessi diversi. Purtroppo però c’è da dire che è molto discutibile che ci sia riuscita.

Parlando del contenuto, il libro è superlativo, forte, innovativo e ben più radicale persino di “Villette”, il romanzo di Charlotte Brontë che parla degli sforzi di una giovane donna di autodeterminare il proprio destino e dirigere in modo autonomo e consapevole la propria vita. In “La signora di Wildfell Hall” abbiamo a che fare di una donna che si ritrova con un marito alcoolizzato, privo di freni ed abusivo e decide di riprendere il controllo della propria vita, che fa delle scelte radicali per l’epoca, con una lucidità, una razionalità ed una capacità di guardare oltre il tornaconto personale e gli effetti immediati delle proprie scelte che la rendono una persona estremamente moderna anche comparata con svariati personaggi letterari contemporanei. Anche le minuziose e realistiche descrizioni degli effetti dell’abuso di alcool nei rapporti sociali ed individuali sono un notevole elemento di innovazione del romanzo.

Parlando dello stile, invece il discorso è un tantino più complicato. La scrittura è in buona sintesi spaccata in due – la narrazione ed i dialoghi. La prima scorre via per lo più piacevolmente ed in modo elegante e misurato; i secondi invece, anche quelli interiori, sono schematici e scolastici, infarciti di esagerazioni e discorsi da stracciamento di vesti che diventano molto rapidamente patetici, melliflui e ripetitivi. Siamo molto lontani dal lirismo di Emily e da Heathcliff che implora lo spettro di Cathy di perseguitarlo.

La parte scritta in prima persona dalla protagonista è molto interessante, anche in presenza di dialoghi assurdi ed imbarazzanti e di gente che si rende ridicola ogni volta che apre bocca, che sia per dichiarare amore imperituro o per dire scemenze in preda all’alcool: un pragmatismo che si confronta molto bene con quello di Charlotte, all’interno di una storia per molti versi più terribile, perché parla di presa di coscienza, responsabilità e cambiamento, non di formazione; la parte riferita dal giovane uomo è invece vagamente patetica nel suo insieme, perché non racconta una serie di situazioni in cui le persone accanto a lui si cacciano in situazioni infelici o patetiche mentre lui cerca di tamponarle, il primo a fare figure misere, oltretutto in continuazione, è proprio il narratore. E, diciamocelo, leggere di un servo della gleba che si rende ridicolo a ripetizione non è esattamente un piacere.

In conclusione, si tratta di una bellissima storia, con una quantità spropositata di elementi di rottura per l’epoca e molto istruttiva nell’ambito dell’origine del femminismo (qui abbinato ad un superbo senso del dovere) oltre che di molte altre cose di importanza ed elevatezza notevoli, che alla buona società dell’epoca devono essere piaciute pochino, ma inserite in un libro che proprio bellissimo non è: è un piacere leggerlo solamente quando a parlare è la signora Graham/Huntingdon, certo non quando parla il piuttosto ridicolo signor Markham – davvero, l’identificazione del lettore è ardua se non impossibile con lui. Peccato, però.

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Astrofili a Guadagnolo

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Jesca Hoop @ Blackmarket, Unplugged in Monti, Roma

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Ieri sera, 25 maggio 2017, Jesca Hoop ha tenuto il suo primo concerto in Italia nella singolare ma terribilmente affascinante atmosfera del Blackmarket, a via Panisperna, Roma, organizzato da Unplugged in Monti. Questo è, di per sé, un elemento di profonda tristezza: è terribile che una come Jesca Hoop, una splendida signora di 42 anni portati meravigliosamente, che ha alle spalle una carriera decennale, 4 album solisti, uno in collaborazione, qualche EP, un paio di dischi di rivisitazioni ed un’attività live che la pone tra quelle che farebbero venire la pelle d’oca ad una lastra di vetro, a Roma non riesca a smuovere un pubblico superiore alle 50-60 persone, di cui diverse più per il richiamo dell’organizzatore (superlativo come sempre, comunque) che dell’artista. Sconcertante che una parte dei presenti, una mezza dozzina di persone chiaramente capitate lì per errore, se ne sia andata prima della fine e non particolarmente incoraggiante che ci fosse chi ogni tanto abbandonava il suo posto per andare a prendere da bere nella sala accanto.

C’è da dire una cosa, comunque: Jesca Hoop non la conosce nessuno perché non è promossa. Non si è nemmeno mai esibita su KEXP, la radio di Seattle che oramai è diventata un faro nella divulgazione della musica indipendente. Ma ieri, alla fine del concerto, quando con la sua mise vaporosa si trovava fuori dal Blackmarket a fare quattro chiacchiere col suo pubblico ed a firmare dischi e poster, quelli entusiasti erano la maggioranza schiacciante.

Il concerto, dicevamo. Siccome al Blackmarket devono smontare tutto entro una certa ora, Jesca Hoop è stata mandata sul palco alle nove e un quarto. Lo ha raggiunto con qualche difficoltà, visti l’ingresso unico per spettatori ed artisti, un vestito ingombrante e le sedie e gli sgabelli per il pubblico sistemati in sala stile Tetris. Erano in due a suonare: Jesca, con voce e chitarra, e Corona, con chitarra, bodhran e voce. La qualità vocali della Hoop sono quelle che sono: discreta estensione, buon controllo, potenza scarsa. Anche le sue virtù come strumentista risultano adeguate ma non molto di più. Ma il punto non è questo.

Il punto è che Jesca Hoop è oltre tutto ciò. Lei compone, scrive, suona, canta e si esibisce perché ha bisogno di farlo e perché lo sa fare. È una delle tante prove viventi che non conta quanto sei capace di fare, ma come lo fai. Jesca Hoop non sa cantare e suonare nel senso che ha i mezzi tecnici di una professionista di livello, ma nel senso che sa creare un’atmosfera e riempirla di sé stessa e delle sue emozioni, sa farlo in modo originale e creativo e sa coinvolgere chi ha davanti in modo immediato e diretto, ma non banale e scontato.

Chi è andato al Blackmarket a cercare la perfezione esecutiva, l’originalità sonora, la complessità compositiva, ieri è rimasto deluso. Chi ci è andato alla ricerca di una serata intensa, elegante, soffice e malinconica, si è trovato a casa. Una dozzina di brani da svariati lavori, alcuni dalla sua ultima pubblicazione, “Memories are now”, ma anche da “Hunting my dress” (una “Tulip” sontuosa), datato 2009, e un paio dal preziosissimo “Snowglobe” (“City bird”, cazzo!), EP del 2011; in qualche modo pezzi unici per ispirazione, umore e scelte di produzione, eppure ieri sera sarebbe stato difficile, per uno che non l’aveva mai sentita, riconoscere un pezzo recente da uno più datato: semplicemente, Jesca Hoop si è calata in un’atmosfera, un sentimento dolce, scuro e carezzevole e lo ha dipinto aggiungendo una pennellata dopo l’altra, cullando e coccolando i suoi ospiti.

Avrebbe potuto continuare a suonare per sei ore, nessuno si sarebbe stancato. Non è una musica che sfinisce, quella di Jesca Hoop, e lei non è il tipo di artista che mette chi la ascolta davanti all’abisso. Rachael Yamagata lo fa, e da un suo live si esce a pezzi. Jesca ti coccola, ti seduce e ti porta in un mondo notturno, vagamente dimesso e bellissimo. E fa lo stesso quando parla – sottovoce, con classe ed eleganza, riesce ad essere fine persino quando ti da indirettamente del “motherfucker”.

Non si esce distrutti da un concerto del genere. Si esce sedotti, riempiti, rilassati, anche se si avrebbe voluto avere di più. Si esce a fare due chiacchiere, tra di noi e con lei, a stringerle la mano ed a ringraziarla per la serata, bellissima e sottile, dolce e memorabile. Un concerto meraviglioso, un’artista meravigliosa.

La divulgazione scientifica

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Per il secondo anno consecutivo, maggio era iniziato come una coda di inverno. L’anno scorso avevamo avuto un mese di maggio incredibilmente piovoso, dominato dai venti occidentali, con temperature simili a quelle di fine marzo, e concluso magnificamente con un ponte del 2 giugno sotto l’acqua e con massime attorno ai 18°. Quest’anno, dopo un febbraio molto mite, abbiamo avuto tempo incerto e venti da Nord per i primi 10 giorni – e, fatta eccezione per brevi periodi, la tramontana non era mai davvero andata via, era proprio la stessa dell’inverno.

A metà novembre, invece, avevamo avuto una decina di giorni incredibilmente caldi (temperature sui 18°, forte umidità che aveva comportato temperature percepite anche più alte) ed il 21 dicembre, solstizio d’inverno, era sembrato un giorno di primavera – bel tempo, temperature parecchio sopra i 10°.

Qual è la differenza tra queste due situazioni decisamente insolite? Che nella prima, non succede niente; nella seconda, partono le filippiche sul riscaldamento globale. E sul riscaldamento globale la prostituzione intellettuale dei media è particolarmente evidente.

Se c’è un problema, comunicarlo in modo inefficace, sensazionalistico e scientificamente inattendibile è la cosa più stupida e controproducente che si possa fare. Parlare del riscaldamento globale solo quando fa caldo e dimenticarsene completamente quando fa freddo (cosa che accade regolarmente, e non solo a livello mainstream, da anni) dà a chi segue l’argomento in modo superficiale la sensazione che il problema sia solamente di percezione. A maggior ragione se si fa un titolo, o un discorso in generale, a seguito di una giornata od una settimana eccezionalmente calda. Dire “il 21 dicembre non dovrebbero fare 15°, è colpa del riscaldamento globale” è esattamente la stessa cosa che prendere la notizia di uno scippo effettuato da due algerini per stigmatizzare l’immigrazione: una manipolazione. La realtà è che la singola osservazione fuori schema è semplicemente quello che è: un dato anomalo che rientra nella casistica di un fenomeno aleatorio.

Chi fa comunicazione sul riscaldamento globale sulla base delle giornate calde è un manipolatore, esattamente come chi fa propaganda sulla sicurezza il giorno dopo un evento violento imprevedibile. Nei fatti, rema letteralmente contro chi il problema vorrebbe affrontarlo e risolverlo davvero, perché crea allarmismo e regala spazio a chi vuole trasformare un concetto complesso e delicato in un’emergenza da gestire con metodi approssimativi, poco efficaci ma di grande impatto politico.

Peraltro, dire, come si è sentito, che il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, è in sé manipolatorio: prima di tutto bisognerebbe definire esattamente cosa sia la temperatura media globale del 2016 – un costrutto talmente complesso e strutturato che anche solo definirlo e delimitarlo è pressoché impossibile (“mondo” e “anno” sono concetti continui, ancorché limitati: quante e quali misurazioni bisognerebbe effettuare nello spazio? E nel tempo? Come essere sicuri della copertura? Come e con quali dati precedenti effettuare le comparazioni?). Anche si fosse in grado di farlo, inoltre, bisognerebbe tenere conto da un lato dell’accuratezza delle misurazioni, che sono valide e sufficientemente diffuse forse da una sessantina d’anni, della variabilità geografica e temporale delle stesse, e soprattutto scontare il tutto con l’attività solare, che da un anno all’altro varia di poco, ma comunque presenta delle variazioni (ad esempio, in questi anni l’attività solare è al minimo per quello che riguarda la presenza di macchie). Senza eliminare fattori che hanno a loro volta un impatto sulle osservazioni, parlare di rapporto di causa ed effetto tra attività dell’uomo e temperature è una manipolazione.

Si può poi considerare manipolatoria qualsiasi notizia che parli del riscaldamento globale presentando dati in serie storica a partire dagli anni ‘50: è vero che la disponibilità di dati a livello mondiale parte da lì, ma è altrettanto vero che si è trattato di un decennio eccezionalmente freddo, al punto che esistono pubblicazioni scientifiche degli anni ‘60 che ventilavano il possibile arrivo di un’era glaciale. Per contro, gli anni ‘20-‘30 sono stati un periodo caldo, infatti le serie che partono da lì ed arrivano ai giorni nostri hanno un andamento crescente, sì, ma meno evidente.

Il surriscaldamento globale è un problema serio e scientificamente delicato: non si può darne comunicazione creando allarmismo per un giorno con 15° a dicembre e poi sparendo quando ne fanno 18 a giugno. Questa è prostituzione intellettuale, non informazione, ed è esattamente ciò che non serve alla scienza.

Confessioni

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Uno dei tormentoni di Marco Travaglio è che i politici nostrani vanno lasciati parlare, perché anche se non se ne accorgono a volte confessano. Sono abbastanza d’accordo con questa affermazione, anche perché la cosa si verifica con una certa frequenza.

Prendiamo gli ultimi giorni: è stato il turno del PD.

Ha cominciato Dario Franceschini, ministro della Cultura e viceprimatista italiano di salto sul carro del vincitore, dichiarando che il suo partito, se non dovesse ottenere la maggioranza alle elezioni, preferirà allearsi con Berlusconi e la destra che con i vari movimenti politici fondati dai fuoriusciti dal Partito Democratico. In pratica, Franceschini ha detto che il PD preferisce allearsi con la destra piuttosto che con quelli che se ne sono andati perché ritenevano che il PD si stesse spostando troppo a destra. “Thanks for proving my point”, direbbero dall’altra parte della Manica. Siccome nel PD con l’inglese non se la cavano troppo bene, glielo traduciamo in un commestibile “e grazie al cazzo!”

Ha continuato Carlo De Benedetti, dichiarando in diretta televisiva che la sinistra ha come obiettivo la riduzione delle disuguaglianze. Ora, fingendo per il momento di non considerare il fatto che una vera sinistra dovrebbe adoperarsi perché le disuguaglianze oltre un certo limite non si verifichino proprio, facciamo un breve riassunto di quello che ha combinato il Partito Democratico, sotto varie segreterie, negli ultimi anni: ha sostenuto un governo che ha aumentato le accise su carburante e tabacco e l’IVA e ha bloccato le assunzioni nella pubblica amministrazione; ha presieduto un governo che ha abolito i paletti contro il licenziamento arbitrario, tagliato i fondi alla sanità, all’educazione e alla ricerca, ha introdotto un bonus fiscale da cui i più poveri erano esclusi ed è fissato con i tagli ed i finanziamenti a pioggia. Nessuna di queste misure abbatte le disuguaglianze, anzi, più o meno tutte le aumentano o le consolidano. Inoltre, il PD sta attualmente cercando di far passare, in Parlamento come a livello di opinione, una legge che di fatto trasferisce il concetto di legittima difesa dalla reazione nei confronti di una minaccia contro la propria vita alla tutela della proprietà, un altro concetto molto lontano da ideali e concetti di sinistra come pacifismo, lotta alle armi e non violenza.

Ha finito Debora Serracchiani, con un paio di dichiarazioni di grande sensibilità politica: nella prima, lamentava come fosse particolarmente odioso il fatto che un’aggressione sessuale venisse compiuta da un profugo. Cosa volesse dire sembrava abbastanza chiaro, tuttavia qualcuno ha provato ad abbozzare una difesa della presidentessa del Friuli Venezia-Giulia col debole argomento che magari l’idea era che fosse particolarmente sconfortante il fatto che certi comportamenti venissero proprio da chi aveva sperimentato la violenza su sé stesso, ma ci ha pensato la stessa Serracchiani a chiarire per bene che secondo lei, mentre gli stupri sono tutti ugualmente gravi, esistono colpevoli di serie A e di serie B, perché un profugo che delinque rompe un non meglio precisato patto di accoglienza. Poteva direttamente affermare che subire uno stupro da parte di un nero è peggio perché i neri ce l’hanno mediamente più grosso e dunque una penetrazione non consenziente è più dolorosa: razzismo per razzismo, almeno avrebbe fatto una figura memorabile.

A proposito di patti, mi piacerebbe sapere cosa pensino nel PD del patto elettorale tra un partito che sostiene di rivolgersi ad elettori di sinistra e poi, una volta eletto, propone dichiarazioni pubbliche, alleanze politiche, strategie governative e provvedimenti legislativi ispirati alla destra più becera. Credo nulla di rilevante. Anche perché, di fronte ad una confessione firmata, cosa si vuole aggiungere?

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Un weekend in giro per il Lazio

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Il 10,5% dell’elettorato francese

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Dunque, la Francia ha scampato il pericolo Le Pen e si è gettata nel pericolo Macron. I francesi, tra un fascismo palese e un subdolo protofascismo economico, hanno scelto di evitare di eleggere una tizia che avrebbe voluto chiudere le frontiere e discriminare le persone sulla base della loro provenienza etnica da stamattina. Hanno preferito affidarsi ad uno che, se verrà lasciato lavorare come vuole, creerà le condizioni per avere una Le Pen ancora più potente alle prossime elezioni. Tra l’erosione immediata dei diritti civili ed il proposito di erosione progressiva dei diritti sociali, hanno scelto quest’ultima, in buona parte pensando di provare a combatterla, ed a fare in modo che il suo proponente non abbia mano libera.

Stamattina, ma in realtà già da ieri sera, è tutto un fiorire di dichiarazioni festanti su una Francia che ha scelto l’Europa, il mercato, l’antifascismo (sempre fingendo di ignorare il pensiero fascistoide dell’economia e della finanza internazionale) contro la paura, l’isolazionismo ed il razzismo. Gioverebbe ricordare che si è trattato di un ballottaggio, non di una votazione aperta, e che tra due estremi uno avrebbe comunque dovuto vincere. Peraltro, vista la mobilitazione a favore del meno pericoloso dei due candidati, almeno nel breve periodo, era del tutto prevedibile che avrebbe vinto Macron. Quello che d’ora in avanti bisognerà ricordargli tutti i giorni, e ricordarlo anche a noi stessi, è che non ha vinto con le sue forze, che non è maggioranza nel paese e che come tale non può godere di libertà assoluta nel portare avanti il suo programma solo perché ha impedito ad una persona dichiaratamente fascista di andare all’Eliseo.

Ecco, già che ci siamo, facciamo due conti in tasca ai francesi ed al nuovo Presidente della Repubblica.

Al ballottaggio ha votato il 74,6% degli aventi diritto: il dato più basso dal 1969, il che dovrebbe già di per sé dare un’idea di quanto poco i candidati siano stati in grado di coinvolgere chi non era già con loro – e ricordiamo che uno dei due era considerato un pericolo da buona parte delle altre forze politiche e della società civile. Dei votanti, l’11,5% ha consegnato scheda nulla o bianca; dei voti validi, il 66,1% è andato a Macron, il 33,9% alla Le Pen. Quindi, la classifica finale, considerata anche l’astensione, vede Macron in testa con il 43,64% dell’elettorato, seguito dall’astensione, con il 33,98%, ed infine la Le Pen, con il 22,38%. Con buona pace di chi sostiene che i non schierati siano irrilevanti.

Secondo un sondaggio riportato dai media francesi, inoltre, il 43% di chi ha votato Macron lo ha fatto per impedire la vittoria della Le Pen, il 33% per un’idea di rinnovamento e solo il 24% perché convinto dalla sua persona o dal suo programma. Quindi, se chi ha votato perché l’alternativa a Macron era impresentabile non si fosse a sua volta recato alle urne (il 18,8% dell’elettorato), i risultati avrebbero visto l’astensione in testa col 52,7% dell’elettorato, seguito da Macron (24,9%) e dalla Le Pen (22,4%); in termini di voti validi, Macron avrebbe vinto col 52,6%: uno scarto davvero misero.

Parlando delle persone convinte di quello che Macron vuole fare o di ciò che rappresenta, si tratta del 24% dei voti ottenuti dal nuovo Presidente della Repubblica francese, quindi del 10,5% dell’elettorato: Macron, davvero, piace a circa un elettore francese su 10 – molto verosimilmente meno di quelli a cui piace in quanto tale la Le Pen.

Conclusione: Macron ha vinto grazie al fallimento dei partiti tradizionali (un Fillon impresentabile, i cosiddetti socialisti molto poco di sinistra con Hollande, con un Melenchon non convincente ed incapaci di trovare un accordo con la sinistra più radicale), che ha portato ad una generica richiesta di rinnovamento, ed all’essere andato al ballottaggio con l’avversario più temuto dai francesi. Ne tenesse conto lui, quando cercherà di attuare il suo programma, e ne tenessero conto gli analisti politici ed economici, quando diranno che ha comunque salvato la Francia dalla presidenza Le Pen. Non è così: a salvare la Francia sono stati i francesi, non certo uno che ha convinto il 10% dell’elettorato.

È questo, forse, l’unico dato confortante di oggi.

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Una sera, sul Pincio

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2 metri troppo a sud

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Mi sto facendo un sacco di risate sulla faccenda dello slittamento della Nuvola di Fuksas che andrebbe ad invadere lo spazio dei marciapiede di viale Europa. E le risate non sono legate tanto al pasticcio in sé, che comunque è abbastanza divertente, ma ad alcuni aspetti ad esso strettamente connessi.

Vediamo meglio (le immagini sono tratte da Google Maps). Stando a quello che leggo, il problema sarebbe che la Nuvola sembrerebbe esser stata costruita due metri troppo a sud, il che toglierebbe spazio sia alla cosiddetta Lama, un edificio progettato per diventare un hotel di lusso tuttora in fase di costruzione, ma la cui struttura è stata edificata da anni, sia al traffico pedonale su viale Europa, verso la quale l’intera struttura si affaccia, impedendo contemporaneamente la visuale verso ovest.

Allora, la struttura della Nuvola si trova in un isolato circondato, semplificando, ad ovest da via Cristoforo Colombo, un’arteria fondamentale che unisce il centro di Roma (zona San Giovanni, Terme di Caracalla, porta Ardeatina) all’Eur, il quartiere dove il Roma Convention Center è situato, a nord da viale Asia, ad est da viale Shakespeare ed a sud da detto viale Europa, un viale alberato rettilineo percorso da svariati autobus e da un discreto traffico automobilistico e pedonale che, dal lato ovest, termina sovrastato dalla basilica dei santi Pietro e Paolo. L’ingresso alla Nuvola è sulla Colombo.

La Nuvola occupa, diciamo così, la parte nord dell’isolato, quindi si affaccia su viale Asia, sulla Colombo e su viale Shakespeare. L’affaccio a sud, quello su viale Europa, non è occupato dal centro congressi, ma dal futuro albergo di lusso: la Nuvola non si affaccia su viale Europa. Quindi le possibilità sono due: o la Nuvola è stata costruita 2 metri troppo a sud e toglie spazio alla Lama, o l’intero isolato è stato edificato 2 metri troppo a sud ed invade il marciapiede di viale Europa. Non è possibile che si verifichino entrambe le condizioni.

Passiamo ad un concetto diverso: la tempistica. La Nuvola, nel suo complesso, non è un edificio irregolare all’aria aperta: è costruita all’interno di un parallelepipedo in vetro-cemento, la cui costruzione ha richiesto anni. La Lama è a sua volta un parallelepipedo, ad essa parallelo, anch’esso edificato lungo un periodo di tempo estenuante. Com’è possibile che in oltre 10 anni di lavori di costruzione nessuno si sia mai accorto che le due strutture sarebbero finite troppo vicine? Oppure, se è tutta la struttura che è troppo a sud, com’è possibile che in oltre 10 anni nessuno si sia mai accorto che la Lama si sarebbe trovata troppo a ridosso di viale Europa?

Concludiamo con gli aspetti più ridicoli di tutti: visibilità e viabilità. Da quando sono iniziati i lavori, la carreggiata di viale Europa è ridotta. Provenendo da est, all’incrocio con viale Shakespeare il traffico automobilistico è canalizzato leggermente verso sinistra tramite cartelli e segnaletica orizzontale gialli – quindi provvisori – a causa della presenza del cantiere sul lato destro. Poco prima dell’incrocio con la Colombo, l’intera carreggiata torna a disposizione e le macchine possono spostarsi di nuovo verso destra. Tutto questo avviene non per fare spazio all’edificio della Lama, che è in buona approssimazione alla stessa altezza degli altri palazzi che si affacciano su viale Europa, ma a qualche sorta di servizio posto tra la Lama e la strada.

Da questo discendono due considerazioni. Primo, che la Lama, di per sé, non ostacola la visuale verso la basilica dei santi Pietro e Paolo più di quanto la ostacolino gli altri palazzi, che peraltro al contrario della Lama sono fronteggiati da alberi – la ostacola in altezza, magari, essendo parecchio più alta degli edifici circostanti, ma certo non con un impedimento in orizzontale. Secondo, il restringimento di carreggiata in corrispondenza dei cantieri della Lama è presente da anni; il fatto che, a fine aprile 2017, qualcuno se ne sia improvvisamente accorto è quantomeno bizzarro: nessuno, compresi architetto e direttore dei lavori, è mai transitato su viale Europa negli ultimi 10 anni?

Non è esilarante tutto ciò?

Rachael Yamagata @ Wishlist, Roma

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Dopo svariati anni di attesa, più precisamente oltre 8, da quando sono entrato in possesso di “Elephants… Teeth sinking into heart”, un disco che ha letteralmente cambiato i miei gusti musicali, venerdì ho finalmente avuto la fortuna di vedere Rachael Yamagata esibirsi live. Nel settembre 2015 l’avevo mancata ad Amsterdam di circa una settimana, ma avevo in compenso avuto la fortuna di potermi innamorare di Lady Lamb. Venerdì 28 aprile si è esibita, da sola sul palco, al Whishlist di Roma – un posto in cui non ero mai stato, piccolo ed intimo con un’acustica davvero eccezionale, almeno per un concerto per voce ed un solo strumento.

Ci sarebbero preliminarmente un paio di cose da dire sulla spalla, il secondo tizio in 3 settimane, dopo Dave Matthews, a domandare perdono per il presidente eletto dai suoi compatrioti, ma si finirebbe a parlare dell’inutilità dello scusarsi nel paese che ha inventato il magnate dei media che fa demagogia e vince le elezioni, quindi sorvoliamo e concentriamoci sul concerto vero e proprio.

Rachael Yamagata è un’artista travolgente. Ha una voce roca, graffiante e molto potente, sa come usarla e non ha paura di farlo – forse perché ha bisogno di farlo. Sul palco è meravigliosa: riesce a cantare brani assolutamente devastanti ed ad introdurli in modo divertente senza che le due cose contrastino – detto in altre parole, sa ironizzare sui propri dolori ed i propri fallimenti e sul processo di razionalizzazione, senza sminuirli né dare l’idea di cazzeggiare. Quando canta in sala c’è il silenzio assoluto, il pubblico (circa 120 persone, a naso poco meno della metà aveva una discreta conoscenza del suo repertorio) è rapito dalla sua forza e dalla sua intensità.

Alcuni momenti deliranti a caso. Dopo aver iniziato il concerto con “Be, be your love”, pezzo dilaniante del suo album di debutto “Happenstance”, Rachael ci ha assicurato che l’esibizione non sarebbe stata proprio tutta così; ha poi proseguito dicendo che di solito, a metà del pezzo, il pubblico si vuole suicidare, ed alla fine vuole uccidere lei. Dopo un altro brano particolarmente duro, ha chiesto ai presenti se ci fosse qualcuno al primo appuntamento; avendo visto zero mani alzate, ha convenuto che sarebbe stato il concerto sbagliato ed ha chiesto se invece ci fosse qualcuno che voleva lasciare il partner ma ancora non aveva trovato il coraggio di dirglielo; poi ha aggiunto che un suo concerto è un buon posto per conoscersi, perché gli uomini che vanno a vederlo sono di solito molto consapevoli dei loro sentimenti, e le donne hanno avuto almeno una volta il cuore spezzato – probabilmente un’ottima fotografia dei suoi fan. Verso la fine del concerto, sedendosi al piano, ha chiesto ai presenti che pezzo volessero sentire; il sondaggio è stato vinto dall’incommensurabile “Sunday afternoon” (che peraltro io sono stato il primo a richiedere), che però doveva essere suonata alla chitarra, quindi Rachael ha chiesto che pezzo volevamo che suonasse al piano: ha vinto “Elephants”, altro pezzo sontuoso.

Un concerto eccezionale. Non sono esattamente un fan degli one (wo)man show, ma Rachael Yamagata ha una capacità superiore di stare sul palco, una voce pazzesca, e l’assoluta motivazione a massacrare le corde di una chitarra acustica, se ha solo quella per accompagnare le sue grida potenti e disperanti – non è un caso che abbia suonato tutti i pezzi più strazianti alla chitarra, mentre il pianoforte era riservato a quelli più riflessivi e malinconici. È una che fa un grosso lavoro di introspezione e di analisi dei suoi sentimenti, per poi buttarli giù senza filtri: in questo modo, una volta trovata la chiave del suo linguaggio musicale, le sue canzoni non ti parlano di lei, ma di te stesso e delle tue emozioni. Un’esibizione di una come Rachael Yamagata, esattamente come i suoi dischi, non comporta l’ascolto di un’artista che racconta e mette a nudo sé stessa, ma che ti scava dentro, ti mostra te stesso, oltretutto in un modo scuro e molto doloroso. È un’esperienza estenuante, da cui si esce più consapevoli, ma anche un po’ rintronati. Da questo punto di vista, la sua autoironia è fondamentale, altrimenti un suo live sarebbe una sequenza di calci in faccia.

Spero di vederla presto anche con la band. Nel frattempo, grazie di tutto!