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Miradouros de Lisboa

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Hiromi feat. Edmar Castaneda @ Arena Santa Giuliana, Perugia, 12/7/2017

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È la quarta volta che vedo Hiromi dal vivo: la prima, in un concerto solista ad inizio 2012, è stata quella che me l’ha fatta conoscere; la seconda e la terza nel 2014, due sere di seguito, prima all’Umbria Jazz in duo con Michel Camilo, poi a Pescara in trio con Anthony Jackson e Simon Phillips. L’altro ieri sera, 12 luglio 2017, di nuovo all’Arena Santa Giuliana di Perugia, dove si è presentata in duo con l’arpista colombiano Edmar Castaneda.

Prima di parlare dell’esibizione, una piccola lamentela: questa faccenda del doppio concerto con l’accoppiamento a casaccio è quanto di più controproducente io abbia mai visto. C’è in cartellone una star del calibro della pianista giapponese, in un concerto inedito a duo con un arpista, e la si costringe a suonare per un’ora e venti per far spazio a qualcun altro: e non a qualcun altro del medesimo ambiente culturale, che so, un altro pianista fenomenale, ma ad una che fa salsa. Davvero non capisco.

Hiromi e Castaneda sono saliti sul palco verso le nove e venti. I primi due brani sono risultati essere del repertorio del musicista colombiano, interessanti e con ottimi spunti di improvvisazione e fraseggi godibilissimi; il secondo, in alcuni momenti fantastico, è decollato dopo un intro molto lungo, in cui i due all’inizio sembrava stessero accordando gli strumenti. Poi il genio è salito in cattedra: ha cominciato con la sontuosa “Place to be”, dall’album omonimo per solo piano. Poi ha presentato una cover: ha detto che era un pezzo che voleva suonare da una vita, ma non sapeva come orchestrarlo, e finalmente ha trovato la giusta alchimia con Castaneda; ha detto che si trattava di un pezzo di una colonna sonora, di un film di cui sono usciti ad oggi 7 episodi, e l’ottavo uscirà a dicembre.

Mentre tutti ci aspettavamo una bizzarra versione pianistica della “Marcia imperiale” (no, non è vero, lo speravamo solo), Hiromi e Castaneda hanno attaccato il pezzo della Cantina Band, quello suonato nel locale in cui Luke Skywalker e Obi-Wan Kenobi assumono Han Solo e Chewie per farsi portare su Alderaan. Assolutamente geniale.

Il concerto si è poi concluso con una suite intitolata “Elements”, da circa 35 minuti di durata e divisa in 4 brani (“Air”, “Water”, “Earth”, “Fire”), composta da Hiromi per l’occasione – che non è il singolo concerto ma una tournée che va avanti da mesi. Ed è stato in questi 35 minuti che si sono raggiunte vette di un’altra categoria, espressiva, ma anche tecnica e di puro divertimento (sebbene l’esecuzione di “Place to be” sia stata sensazionale), con un’alternanza di brani eleganti, travolgenti, coccoli e ai limiti del comico superlativa ed una struttura ingegneristica. Una suite pazzesca, suonata, interpretata ed improvvisata in modo sublime, che mi auguro verrà prima o poi resa pubblica perché l’ascolto di una roba del genere non può rimanere un episodio isolato ad esclusivo vantaggio di chi Hiromi e Castaneda ha avuto ed avrà l’onore di vederli.

Per quello che i riguarda, una suite del genere, migliore anche di “Viva! Vegas” su “Place to be”, e probabilmente all’altezza dei tre brani indicati come “Music for three-piece orchestra” su “Spiral”, è un sostegno piuttosto conclusivo all’idea che Hiromi dovrebbe staccarsi, magari non in modo definitivo, dal Trio Project e tornare a comporre in maniera libera seguendo quello che le dice la testa – una testa molto creativa ed incredibilmente brillante.

A causa della fretta dettata dalla necessità di modificare il palco per il concerto successivo, niente bis. Peccato. Ripeto, io trovo che la scelta di non lasciare l’intera serata a Hiromi ed Edmar Castaneda sia stata incomprensibile. E non solo perché per me avrebbero potuto andare avanti a suonare fino alle quattro del mattino emozionandomi continuamente senza mai stancarmi, ma perché Hiromi è oramai da tempo una numero uno vera, che sposta gente e con la quale i musicisti fanno la fila per collaborare. E non si può mettere fretta al genio.

Meravigliosa. Io continuo ad aspettarla a Roma.

Ani DiFranco @ Laghetto di Villa Ada, Roma, 4/7/2017

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Premetto: amo Ani DiFranco dal 1998, per alcuni periodi si è trattato di un amore particolarmente intenso; “Living in clip”, “Little plastic castle” e “To the teeth” sono stati poco meno che delle bibbie per me; tra il 2000 ed il 2004 l’ho vista dal vivo 4 volte, con diversi tipi di band ed accompagnata da un contrabbassista; per un lungo periodo Ani D. è stata una delle mie fonti di citazioni più saccheggiate, di gran lunga la più utilizzata su argomenti seri; il suo modo di esprimersi, di raccontare o semplicemente sputare fuori certe cose si sposa perfettamente con la mia sensibilità e la mia persona. Quindi io ieri sera, 4 luglio 2017, al laghetto di villa Ada, non ho assistito al concerto di una cantautrice americana: ho rivisto un vecchio amore. E non sarò mai in grado di parlarne razionalmente.

E dunque, ieri sera. Temevo un po’ l’effetto nostalgia: primo perché non ascolto tantissimo Ani D. da qualche tempo, secondo perché i 12 anni trascorsi dall’ultima volta che l’ho vista dal vivo sono passati per tutti, e l’idea che miss DiFranco potesse aver in parte esaurito la spinta propulsiva, o che io potessi non trovarmi più in sintonia col suo linguaggio mi spaventava un po’. Poi Ani, attorno alle dieci di sera, è salita sul palco. E no, non siamo tornati tutti nel 2002: eravamo tutti ben consapevoli del tempo. Il punto, anzi, è proprio questo: ci siamo ritrovati. Non come se gli anni non fossero trascorsi, ma come se avessimo continuato a vederci tutti i giorni.

Piccola divagazione. Ani DiFranco somiglia concettualmente ad artisti come Dave Matthews o Tori Amos: la scaletta dei suoi concerti attinge ad un repertorio enorme in maniera libera ed onnicomprensiva; letteralmente, in un concerto può suonare qualsiasi pezzo, da qualsiasi disco. Certo, ci sono dei preferiti (tipo “Gravel” e “Shameless”) e dei brani che non suona quasi mai, ma ogni concerto fa storia a sé tra canzoni nuove, canzoni vecchie, canzoni vecchissime. Impossibile aspettarsi qualcosa, tuttavia ognuno può sempre sperare che attinga almeno un brano dal suo pantheon personale: ricordo ancora i brividi di quando nel 2001 attaccò “Done wrong”; ieri invece mi ha regalato “32 flavors”. Speravo almeno una tra “The diner”, “Swan dive” e “Untouchable face”, ma niente.

Il concerto dicevamo. La prima, ottima, notizia è stata che era accompagnata da due tizi, un batterista ed un contrabbassista, e per quello che mi riguarda la sua musica, almeno quella vecchia, rende al meglio se suonata in trio. La seconda è che ha iniziato a suonare: si è presentata al pubblico con “Two little girls”, seguita da “As is”, entrambe da “Little plastic castle”: il mio cuore ha ringraziato sentitamente.

In realtà, non c’è molto altro da dire, o meglio ce n’è una, concisa e compendiosa: è stato un concerto di Ani DiFranco. Ha quasi 47 anni, ma è come se ne avesse 30, per energia, voglia, passione e cose da dire. È come è sempre stata: travolgente, divertente, intensa, emozionata ed emozionante, con la sua voce, le sua chitarre acustiche e le sue unghie finte (che si è dovuta frettolosamente e un po’ comicamente riattaccare alle dita quando dietro l’insistenza del pubblico, incoraggiato dai tecnici, ha deciso di uscire una seconda volta per un ulteriore bis) per torturarne le corde e farne suoni pazzeschi a tremila note al minuto. Ha una storia da raccontare, oggi, una storia lunga: può guardare alla rabbia del suo primo decennio con una consapevolezza diversa, ma non l’ha né rinnegata né attenuata, e non ha rinunciato alla lotta, alla politica, al femminismo, all’uguaglianza. Per cui eccola che, anche nei pezzi nuovi, parla di sé e delle sue battaglie, con una maturità che a 26 anni non aveva, ma sempre in prima persona, senza predicare o pontificare e senza la calma ipocrita di chi guarda da fuori. Altro che effetto nostalgia, lei è sempre lì, orgogliosamente sulle barricate, chi è invecchiato, dentro molto più che fuori, al massimo è chi la va ad ascoltare.

C’è solo una cosa da fare: ringraziarla. Che gioia averla vista!

La classe dirigente

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Un film dimenticato dai più perché incredibilmente sottovalutato è “La classe dirigente” (“The ruling class” in originale). Peter O’Toole vi interpreta Jack Gurney l’erede di una famiglia di pari inglesi che, a seguito della morte del padre, eredita il patrimonio di famiglia, titolo e seggio alla Camera dei Lord compresi. Solo che Jack è degente di un ospedale psichiatrico perché si crede la reincarnazione della Trinità. La famiglia allora cerca di tenere sotto controllo le sue manie, che includono una discreta collera divina, e di renderlo presentabile – presentabile, non sano – di modo che possa passare per eccentrico invece di essere considerato pazzo. Alla fine è Jack stesso a capire che una cosa del genere gli conviene: si rivolta contro la famiglia, si ripulisce e reclama il titolo per utilizzarlo in prima persona, non come emanazione dei parenti. Dopodiché ricomincia a delirare, ma da uno scranno di potere, non da dentro un manicomio.

La pellicola è geniale, ferocemente satirica, splendidamente grottesca con un utilizzo sapiente dell’iperbole, ed il suo unico limite è che si ride moderatamente perché è nel concetto fin troppo amara. È anche piuttosto lunga, dura circa due ore e mezza.

Ecco, le vicende del Conte Jack Gurney mi ricordano abbastanza da vicino quelle del Movimento 5 Stelle. Una manica di persone instabili, che vedono sé stesse un po’ come una sorta di giustizieri della notte, convinti di trovarsi in un universo parallelo in cui le loro sparate hanno un senso, che accanto a tanti squilibrati non sembrano nemmeno troppo più matti degli altri, riesce a raggiungere in qualche modo le posizioni di potere, che siano esse una poltrona da sindaco o semplicemente un numero rilevante di parlamentari, per poi continuare a dire cose senza senso, sapendo che nessuno di loro sarà considerato diversi dall’infinità di irresponsabili che popolano la classe dirigente italiana.

Quando si trovano a governare, questi signori si dimostrano di un’inettitudine con pochi precedenti. Non voglio sostenere che Renzi in 3 anni a Palazzo Chigi abbia dimostrato una qualsivoglia abilità amministrativa, né che Salvini sarebbe capace di fare alcunché, ma gli eletti del M5S brillano da un lato per spocchia e presunzione, dall’altro per la loro incrollabile fiducia che basterà la loro ostentata idea di essere dei castigamatti della corruzione per far evaporare i sistemi clientelari che reggono la vita pubblica dell’Italia, salvo poi scontrarsi con una realtà in cui non basta dire “io sono onesto” per far sì che burocrazia e malaffare consegnino le armi e si ritirino in buon ordine – la cosa fantastica è come ci rimangono quando se ne accorgono.

È di questi giorni un’incredibile esternazione di Luigi Di Maio, probabilmente il personaggio più grottescamente antipatico dell’intera galassia grillina, un insopportabile alter ego di Renzi altrettanto populista, ignorante e paraculo, secondo la quale il M5S si ispirerebbe a Berlinguer, ad Almirante ed alla DC. Cioè ad un segretario storico del Partito Comunista, ad un fascista conclamato, repubblichino mai pentito più volte attenzionato dalle Procure per le sue posizioni anticostituzionali, e ad un partito a-ideologico che ha governato il paese per 40 anni con sistemi clientelari e raccomandazioni, in cui convivevano decine di correnti e che si reggeva solo ed esclusivamente sull’amore per il potere ed il suo esercizio. Il tutto mentre a Roma Virginia Raggi delira di funivie mentre non riesce a garantire un servizio di autobus nemmeno passabile, vagheggia di rifiuti zero mentre nel centro i camion della nettezza urbana passano ad intervalli irregolari ed imprevedibili, e straparla di decoro urbano mentre si accanisce contro i centri accoglienza, perché l’obiettivo non è aiutare i poveri ma farli sparire dalla vista.

Quello che vorrei fosse chiaro è che Di Maio, Di Battista, Fico, Raggi, Appendino e compagnia predicante non sono né degli eccentrici né delle persone con delle posizioni un po’ estreme ma di buona volontà: esattamente come Peter O’Toole in “La Classe Dirigente”, sono semplicemente degli squilibrati incapaci di pensiero critico e di qualsivoglia abilità pratica, e per di più fortemente attratti dall’autoritarismo.

Il buco nel tabellone

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È passata una settimana da quando Jelena Ostapenko si è ritrovata al numero 12 della classifica WTA dopo aver vinto a sorpresa gli Internazionali di Francia di tennis, battendo in finale la favorita Simona Halep, quindi proverò a fare alcuni ragionamenti a mente fredda.

Comincio tuttavia col mettere le mani avanti: Simona Halep è una delle mie protégée tennistiche, assieme a Daria Gavrilova e prima di Agnieska Radwanska, Maria Sharapova e Caroline Wozniacki. Jelena Ostapenko, assieme ad Anett Kontaveit e a Daria Kasatkina, è il talento in ascesa che guardo con più simpatia e curiosità. Detto questo, chiarita senza ulteriori dubbi la mia aperta faziosità, passiamo al nocciolo della questione.

Si è detto da più parti che, a causa della situazione contingente del tennis femminile, questo Roland Garros avrebbe potuto vincerlo chiunque ed in effetti così è stato. Per prima cosa, contesterei questa affermazione: in assenza di Serena Williams e Maria Sharapova, con la Kvitova e la Azarenka al rientro dopo tanto tempo, con la Kerber in condizioni approssimative e la Muguruza che non ha capitalizzato la vittoria a Parigi del 2016, l’inizio di stagione è stato per così dire incerto, è vero. Tuttavia, nella stagione su terra una giocatrice ha registrato il seguente ruolino: al pomeriggio del 9 giugno, semifinale a Stoccarda, vittoria a Madrid, finale a Roma persa per infortunio e finale a Bois De Boulogne avendo battuto durante il percorso Svitolina e Pliskova, le due giocatrici che avevano totalizzato più punti durante il 2017. Io a questa serie di risultati non so che altra definizione dare se non “dominio”: Simona Halep ha dominato la stagione sul rosso – avrebbe potuto vincere di più, certo, ma è sempre stata la giocatrice da battere.

A Parigi il 10 giugno è stata battuta da Jelena Ostapenko. Ora, probabilmente la Halep ha sofferto di ansia da prestazione e ha sottovalutato non tanto l’avversaria, quanto la sua potenza, pensando che fare il muro di gomma contro una ventenne che picchia e basta sarebbe stato sufficiente a mandarla al manicomio, ignorando però quanto la giovane lettone picchiasse forte e fosse capace di perseveranza. Il punto però è che Jelena Ostapenko il suo capolavoro non l’ha fatto in finale, una finale che comunque si è andata a prendere con grinta e merito: l’ha fatto per arrivarci.

È partita da numero 47 del mondo. Era nel sedicesimo di finale della Kerber, che però ha pensato bene di farsi eliminare al primo turno. Di conseguenza, a partire dal terzo turno la Ostapenko ha incontrato in sequenza di avversarie sulla carta favorite per ragioni di classifica e pedigree, ma non troppo: tutte tenniste che una giovane in ottima forma, in estrema fiducia e scema abbastanza da essere irresponsabile e dunque difficile da scalfire, avrebbe potuto battere: nell’ordine, Lesia Tsurenko, Samantha Stosur, Caroline Wozniacki, Timea Bacsinszki.

Ha ignorato per ben 4 partite la crescente pressione, esercitata molto più dall’interno, dall’osservare che l’impresa in effetti si poteva portare a termine, che da un mondo che avrebbe senza dubbio considerato normale e comprensibile una sconfitta contro qualunque delle sue avversarie. E ci vuole davvero tanta, tanta freddezza per affrontare prima un’ottima tennista in fase calante di carriera sapendo che ce la puoi fare e se ci riesci vai dritta ai quarti di uno slam, e vincere; poi una ex numero uno del mondo che per tanti motivi è alla tua portata, con l’idea che se la batti te ne vai alle semifinali del Roland Garros, e vincere ancora; infine una ex semifinalista di Parigi, numero 30 del mondo e come tale del tuo livello, sapendo che puoi vincere, sapendo che la finale degli Internazionali di Francia è lì, alla tua portata, ma prima devi giocare una partita al massimo, e riuscendoci.

La Ostapenko ha indubbiamente sfruttato una moria delle vacche nel tabellone, ma il buco era lì per tutte, e lei è stata l’unica capace di reggere la pressione di sapere che in fondo, partita dopo partita, ce la poteva fare, tanto che alla fine ce l’ha fatta – non a raggiungere la finale contro la 3 del mondo e favorita del torneo, ma a vincerla. Ora deve confermarsi: ecco, se c’è qualcosa che mi fa pensare che in qualche modo ce la potrà fare sono la freddezza e la consapevolezza con cui ha affrontato e battuto due avversarie alla sua portata al suo primo quarto ed alla sua prima semifinale slam.

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Un giorno a Bologna

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Il non morto

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Trovo francamente piuttosto naif tutta questa sottintesa sorpresa mista a disgusto che accompagna la apparente ripresa della destra, dove per “destra” si intendono Salvini e il redivivo (anche perché mai veramente redimorto) Berlusconi, osservata nel primo turno delle elezioni amministrative. Dal mio canto, non capisco cosa ci si potesse aspettare di diverso. Per diversi tipi di ragioni. Vediamo meglio.

Come al solito, l’astensione è su livelli impensabili sono una quindicina di anni fa. Ora, sostanzialmente dal 1994 la vita politica italiana è stata incentrata su un solo personaggio, Silvio Berlusconi; nella sua ombra ha vivacchiato tutta una serie di personaggi minori, chi stando dalla sua parte chi fingendo di opporglisi. Dal 2013, un tizio di nome Matteo Renzi ci ha raccontato di averlo fatto fuori, mentre in realtà ci ha fatto un accordo, per cui Berlusconi, che, va ricordato, è ancora proprietario di reti televisive e giornali, ha sempre limitato gli attacchi e la delegittimazione nei suoi riguardi perché il principino del PD non sembrava intenzionato a creargli problemi. Nel frattempo, però, Renzi si è dimostrato, in tre lunghi anni, di una spocchia paragonabile a quella del predecessore e se possibile ancora più inetto ed incompetente. Lo stesso è successo col M5S (ometterò qui qualsiasi discorso, che pure sarebbe da fare, su come la stampa sia in grado di far sembrare ingigantite le pur colossali inettitudini di Raggi, Appendino, Di Maio e compagnia altezzosamente predicante).

Ora, sia il PD renziano che il M5S hanno sempre, con una certa pervicacia ed una spocchia degna di miglior causa, spiegato all’elettorato che loro non sono di sinistra, e che fanno bene a non esserlo: le ideologie sono morte, chi si ispira ad ideali marxisti o keynesiani è fuori dalla storia, e comunque le elezioni si vincono al centro, e magari pure a destra, viva la Clinton e abbasso Sanders (infatti poi abbiamo visto come ha vinto, la Clinton), viva Macron e abbasso Corbyn, viva il PSOE e abbasso Podemos. Da tempo c’è una gran corsa a conquistare l’elettorato cosiddetto “moderato”, che in realtà è una rissa per convincere chi è fondamentalmente di destra ma non lo ammette pubblicamente, ignorando completamente quello schierato ideologicamente a sinistra, perché tanto si dà per scontato che un partito che in pubblico polemizza coi deliri di Salvini catalizzi automaticamente la preferenza di chi si dichiara, ad esempio, antirazzista.

Il punto però è che a forza di governare con la destra, fare le moine alla destra, cercare di piacere alla destra e soprattutto assumere posizioni e varare provvedimenti palesemente di destra, come il Jobs Act ed il decreto Minniti, l’elettorato di sinistra stenta a vedere delle vere differenze tra Salvini e la Meloni da un lato e Renzi e Gentiloni dall’altro. Quindi, semplicemente, in assenza di alternative (che ci sarebbero, come Civati e Fratoianni, ma sui giornali e in televisione non devono comparire per quello che sono, altrimenti poi la truffa la capiscono tutti), le persone di sinistra smettono di andare a votare. Nel frattempo, a forza di dimostrarsi completamente inetti ed incapaci, va a finire che la destra i voti degli elettori di destra se li riprende.

Insomma, inettitudini di destra per inettitudini di destra, tanto vale votare direttamente, non tanto per l’inetto originario, quanto per quello che si dichiara apertamente di destra e, ad esempio, combatte l’aborto e le unioni omosessuali, invece di uno che non combina niente lo stesso, ma coccola, per convincere i sette elettori di sinistra rimastigli, un tipo di diritto civile incompatibile con le concezioni medievali dei conservatori italici.

Quindi, quelli di sinistra hanno capito l’inganno e smettono di votare, quelli di destra hanno capito che le alternative sono incapaci quanto Berlusconi se non peggio e tornano all’ovile: risultato, Berlusconi riguadagna quattro voti, l’astensione aumenta soprattutto tra gli ex elettori dei suoi cosiddetti avversari. I risultati mi sembrano sotto gli occhi di tutti.

Dal che la domanda: ma il PD e il M5S, fatti salvi i tifosi e le persone che fanno politica per interesse personale, esattamente chi li dovrebbe votare?

Anne Brontë: “La signora di Wildfell Hall”

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Ho comprato e letto questo libro a seguito di una breve conversazione su Twitter con una tizia che chiedeva ai suoi follower quale fosse la loro sorella Brontë preferita: avendo io letto materiale solamente di Emily (“Cime tempestose” e qualche poesia) e di Charlotte (“Jane Eyre” e “Villette”), e nulla di Anne, non potevo rispondere compiutamente alla domanda. Mi è stato allora consigliato di leggere quanto prima “La signora di Wildfell Hall”: essendo il libro disponibile nella libreria sotto casa a 4,90 euro, ho seguito il consiglio.

Il libro sostanzialmente consta di due romanzi quasi separati: una narrata da un uomo che ricorda degli eventi accadutigli anni prima tramite delle lettere ad un amico, la seconda raccontata tramite un diario da una giovane donna, ed è in pratica un flashback che si conclude con l’inizio della prima; nella terza e conclusiva parte, le due sottotrame convergono fino a giungere al finale.

Dal punto di vista stilistico, quindi, la più giovane delle sorelle Brontë si è andata a cacciare in un guaio di discrete proporzioni, essendosi posta l’obiettivo di narrare una vicenda da due punti di vista separati, tra l’altro fino ad un certo punto confliggenti, peraltro di sessi diversi. Purtroppo però c’è da dire che è molto discutibile che ci sia riuscita.

Parlando del contenuto, il libro è superlativo, forte, innovativo e ben più radicale persino di “Villette”, il romanzo di Charlotte Brontë che parla degli sforzi di una giovane donna di autodeterminare il proprio destino e dirigere in modo autonomo e consapevole la propria vita. In “La signora di Wildfell Hall” abbiamo a che fare di una donna che si ritrova con un marito alcoolizzato, privo di freni ed abusivo e decide di riprendere il controllo della propria vita, che fa delle scelte radicali per l’epoca, con una lucidità, una razionalità ed una capacità di guardare oltre il tornaconto personale e gli effetti immediati delle proprie scelte che la rendono una persona estremamente moderna anche comparata con svariati personaggi letterari contemporanei. Anche le minuziose e realistiche descrizioni degli effetti dell’abuso di alcool nei rapporti sociali ed individuali sono un notevole elemento di innovazione del romanzo.

Parlando dello stile, invece il discorso è un tantino più complicato. La scrittura è in buona sintesi spaccata in due – la narrazione ed i dialoghi. La prima scorre via per lo più piacevolmente ed in modo elegante e misurato; i secondi invece, anche quelli interiori, sono schematici e scolastici, infarciti di esagerazioni e discorsi da stracciamento di vesti che diventano molto rapidamente patetici, melliflui e ripetitivi. Siamo molto lontani dal lirismo di Emily e da Heathcliff che implora lo spettro di Cathy di perseguitarlo.

La parte scritta in prima persona dalla protagonista è molto interessante, anche in presenza di dialoghi assurdi ed imbarazzanti e di gente che si rende ridicola ogni volta che apre bocca, che sia per dichiarare amore imperituro o per dire scemenze in preda all’alcool: un pragmatismo che si confronta molto bene con quello di Charlotte, all’interno di una storia per molti versi più terribile, perché parla di presa di coscienza, responsabilità e cambiamento, non di formazione; la parte riferita dal giovane uomo è invece vagamente patetica nel suo insieme, perché non racconta una serie di situazioni in cui le persone accanto a lui si cacciano in situazioni infelici o patetiche mentre lui cerca di tamponarle, il primo a fare figure misere, oltretutto in continuazione, è proprio il narratore. E, diciamocelo, leggere di un servo della gleba che si rende ridicolo a ripetizione non è esattamente un piacere.

In conclusione, si tratta di una bellissima storia, con una quantità spropositata di elementi di rottura per l’epoca e molto istruttiva nell’ambito dell’origine del femminismo (qui abbinato ad un superbo senso del dovere) oltre che di molte altre cose di importanza ed elevatezza notevoli, che alla buona società dell’epoca devono essere piaciute pochino, ma inserite in un libro che proprio bellissimo non è: è un piacere leggerlo solamente quando a parlare è la signora Graham/Huntingdon, certo non quando parla il piuttosto ridicolo signor Markham – davvero, l’identificazione del lettore è ardua se non impossibile con lui. Peccato, però.

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Astrofili a Guadagnolo

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Jesca Hoop @ Blackmarket, Unplugged in Monti, Roma

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Ieri sera, 25 maggio 2017, Jesca Hoop ha tenuto il suo primo concerto in Italia nella singolare ma terribilmente affascinante atmosfera del Blackmarket, a via Panisperna, Roma, organizzato da Unplugged in Monti. Questo è, di per sé, un elemento di profonda tristezza: è terribile che una come Jesca Hoop, una splendida signora di 42 anni portati meravigliosamente, che ha alle spalle una carriera decennale, 4 album solisti, uno in collaborazione, qualche EP, un paio di dischi di rivisitazioni ed un’attività live che la pone tra quelle che farebbero venire la pelle d’oca ad una lastra di vetro, a Roma non riesca a smuovere un pubblico superiore alle 50-60 persone, di cui diverse più per il richiamo dell’organizzatore (superlativo come sempre, comunque) che dell’artista. Sconcertante che una parte dei presenti, una mezza dozzina di persone chiaramente capitate lì per errore, se ne sia andata prima della fine e non particolarmente incoraggiante che ci fosse chi ogni tanto abbandonava il suo posto per andare a prendere da bere nella sala accanto.

C’è da dire una cosa, comunque: Jesca Hoop non la conosce nessuno perché non è promossa. Non si è nemmeno mai esibita su KEXP, la radio di Seattle che oramai è diventata un faro nella divulgazione della musica indipendente. Ma ieri, alla fine del concerto, quando con la sua mise vaporosa si trovava fuori dal Blackmarket a fare quattro chiacchiere col suo pubblico ed a firmare dischi e poster, quelli entusiasti erano la maggioranza schiacciante.

Il concerto, dicevamo. Siccome al Blackmarket devono smontare tutto entro una certa ora, Jesca Hoop è stata mandata sul palco alle nove e un quarto. Lo ha raggiunto con qualche difficoltà, visti l’ingresso unico per spettatori ed artisti, un vestito ingombrante e le sedie e gli sgabelli per il pubblico sistemati in sala stile Tetris. Erano in due a suonare: Jesca, con voce e chitarra, e Corona, con chitarra, bodhran e voce. La qualità vocali della Hoop sono quelle che sono: discreta estensione, buon controllo, potenza scarsa. Anche le sue virtù come strumentista risultano adeguate ma non molto di più. Ma il punto non è questo.

Il punto è che Jesca Hoop è oltre tutto ciò. Lei compone, scrive, suona, canta e si esibisce perché ha bisogno di farlo e perché lo sa fare. È una delle tante prove viventi che non conta quanto sei capace di fare, ma come lo fai. Jesca Hoop non sa cantare e suonare nel senso che ha i mezzi tecnici di una professionista di livello, ma nel senso che sa creare un’atmosfera e riempirla di sé stessa e delle sue emozioni, sa farlo in modo originale e creativo e sa coinvolgere chi ha davanti in modo immediato e diretto, ma non banale e scontato.

Chi è andato al Blackmarket a cercare la perfezione esecutiva, l’originalità sonora, la complessità compositiva, ieri è rimasto deluso. Chi ci è andato alla ricerca di una serata intensa, elegante, soffice e malinconica, si è trovato a casa. Una dozzina di brani da svariati lavori, alcuni dalla sua ultima pubblicazione, “Memories are now”, ma anche da “Hunting my dress” (una “Tulip” sontuosa), datato 2009, e un paio dal preziosissimo “Snowglobe” (“City bird”, cazzo!), EP del 2011; in qualche modo pezzi unici per ispirazione, umore e scelte di produzione, eppure ieri sera sarebbe stato difficile, per uno che non l’aveva mai sentita, riconoscere un pezzo recente da uno più datato: semplicemente, Jesca Hoop si è calata in un’atmosfera, un sentimento dolce, scuro e carezzevole e lo ha dipinto aggiungendo una pennellata dopo l’altra, cullando e coccolando i suoi ospiti.

Avrebbe potuto continuare a suonare per sei ore, nessuno si sarebbe stancato. Non è una musica che sfinisce, quella di Jesca Hoop, e lei non è il tipo di artista che mette chi la ascolta davanti all’abisso. Rachael Yamagata lo fa, e da un suo live si esce a pezzi. Jesca ti coccola, ti seduce e ti porta in un mondo notturno, vagamente dimesso e bellissimo. E fa lo stesso quando parla – sottovoce, con classe ed eleganza, riesce ad essere fine persino quando ti da indirettamente del “motherfucker”.

Non si esce distrutti da un concerto del genere. Si esce sedotti, riempiti, rilassati, anche se si avrebbe voluto avere di più. Si esce a fare due chiacchiere, tra di noi e con lei, a stringerle la mano ed a ringraziarla per la serata, bellissima e sottile, dolce e memorabile. Un concerto meraviglioso, un’artista meravigliosa.