Alice Phoebe Lou @ Lanificio, Roma, 27/9/2017

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Un’amica mi ha inseguito per mesi con la richiesta, molto persistente e motivata, di dare una chance da una giovane musicista sudafricana con base a Berlino di nome Alice Phoebe Lou. Io però a volte sono scemo e l’ho più o meno ignorata, aiutato dal fatto che non è nemmeno molto semplice ascoltare qualcosa di suo su Internet, perché questa tizia è molto meno che poco conosciuta e molto più che indipendente. Poi la mia amica, Teresa, tre settimane fa mi ha comunicato che detta Alice Phoebe Lou avrebbe suonato al Lanificio il 27 settembre, peraltro gratuitamente. Intendiamoci, Teresa ascolta ottima musica, quindi ci sarei andato anche se avessi dovuto pagare una decina di euro, ma così decidere è stato davvero facile.

Attorno alle dieci di sera (perché a Roma cominciare un concerto ad un orario compatibile con la sveglia di chi attacca a lavorare alle otto di mattina è inconcepibile) uno scricciolo biondo e bellissimo si è sistemato sul palco con una chitarra elettrica ed un tizio circondato da tastiera, percussioni elettroniche e laptop, e ha iniziato a cantare. C’era pure un metallofono di lato, ma quello serviva alla Lou quando non usava la chitarra. E per l’appunto: dicevamo che sono scemo.

I primi brani sono stati di impronta decisamente blues, e sentirli accompagnati da una strumentazione sostanzialmente elettronica aveva un che di curioso, ma decisamente piacevole ed originale. Alice Phoebe Lou li ha cantati con una voce cavernosa che ricordava vagamente quella di Lhasa. Tanta malinconia, in una serata in cui la stessa artista ha dichiarato che si sentiva un po’ giù a causa di un brutto periodo a livello personale, e che il suo approccio alla serata ne avrebbe risentito. Poi, via via che la serata è andata avanti, la musica ha mantenuto il suo colore scuro, ma ha anche visto momenti più sciolti e rilassati. Avvicinandosi alla fine del concerto, la bella Alice Phoebe ci ha tenuto a farci sapere che il cantato dilaniato e profondo non è l’unica cosa che sa fare, aumentando volumi ed altezze e segnalandosi per una voce duttile e bellissima e per una capacità comunicativa tenera e potente, pur rimanendo sempre su sonorità complessivamente blues e su un mood malinconico, ma certo meno dimesso. Difficile rimanere impassibili – anzi, difficile non innamorarsene.

La Lou ha ricordato svariate volte agli astanti che il duo con un tizio, tale Matteo, che si fa il mazzo per suonare la qualsiasi mentre normalmente è un bassista, non è esattamente il suo approccio usuale alle esibizioni dal vivo, perché normalmente suona in una band da cinque elementi. Ha inoltre più volte sottolineato come il concerto fosse stato provato poco e si basasse molto su improvvisazione ed umore, fino al punto che verso la fine si è accorta di aver saltato un brano. L’insicurezza, addirittura quasi un senso di inadeguatezza nel dover suonare in un modo diverso pezzi che sono stati concepiti per la band, erano percepibili e, per chi ascoltava rapito un concerto in cui c’era tutto quello che serviva – buona musica ed una che oltre a saperla suonare la suonava con grandissima emozione e partecipazione – risultavano incomprensibili. L’aspetto curioso della faccenda è che al momento lei ha pubblicato tre dischi: un EP ed un un album registrati in studio ed un live, a duo con lo stesso Matteo.

È stato un concerto sensazionale ed adorabile (o forse il concerto è stato sensazionale, Alice Phoebe Lou è stata adorabile), è durato troppo poco e mi ha lasciato con l’amaro in bocca il fatto di non aver dovuto pagare per vederlo e non aver potuto nemmeno pagarla comprandole un disco perché non si era tirata dietro il materiale. In compenso l’ho ringraziata, le ho detto che sicuramente comincerò a seguirla: lei mi ha risposto che tornerà presto a Roma, stavolta con la band; al che le ho risposto che questo continuo quasi scusarsi per la strumentazione minimale era fuori luogo, perché aveva fatto un’esibizione meravigliosa, soffice e intensa.

Davvero una tizia straordinaria. Speriamo torni presto sul serio.

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Il collaboratore

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Ecco un’interessante lezione che ci viene dalla lingua della terra d’Albione.

Una delle parole preferite delle persone che sfruttano il lavoro e la disponibilità, a volte forzata o comunque estorta, degli individui che hanno accanto, è “collaboratore”. Non è mai davvero chiaro quello che significa essere un “collaboratore”: di solito, implicitamente, uno che dà una mano a titolo imprecisato, il che, a Cialtronia, significa per la gloria, forse per il curriculum, ma molto spesso non per i soldi né per un progetto di lungo periodo. Un collaboratore non è uno con cui si ha un rapporto forte e stabile, è uno che c’è e non si sa cosa e soprattutto quanto faccia.

Dall’inglese, la parola “collaborator” può essere tradotta in due modi: come “collaboratore” e come “collaborazionista”. Di conseguenza, il termine assume una connotazione piuttosto negativa, e viene usato raramente per descrivere le situazioni lavorative: si preferiscono i termini “co-worker”, “cooperator” o “contributor”, a volte “colleague”. Una persona che usa l’inglese in ambito lavorativo tendenzialmente non chiede ad un professionista con chi o a che cosa ha collaborato, ma con chi la lavorato e a che cosa ha contribuito.

In effetti suona molto meglio: si “contribuisce”, non si “collabora”, alla realizzazione di un progetto. Un “contributo” è qualcosa di rilevante, di significativo, e soprattutto di definito: è sempre possibile identificare il contributo di una persona ad un lavoro. “Contribuire”, inoltre, subito l’idea di partecipazione attiva, di lavoro effettivamente svolto, che come tale viene riconosciuto, sia in sede di attribuzione dei meriti sia in termini di compenso.

O magari si “coopera”, che invece dà una vivida sensazione di assenza di strutture gerarchiche: nessuno coopera per un capo, si coopera con una squadra per raggiungere un obiettivo comune.

“Persona con cui si lavora”, “collega”, “membro del team”, analogamente, sono tutte espressioni che fanno pensare a parità di livello, in questo caso non necessariamente in senso gerarchico (si può dirigere un team ed indicare gli altri membri come tali), ma sicuramente in senso di partecipazione. Un “collaboratore” dà l’idea di essere una persona esterna, non coinvolta personalmente nelle attività, che fa saltuariamente la sua parte e poi se ne va. Come tale, non necessita di un riconoscimento formale al di là della pacca sulla spalla.

Le parole sono importanti e molto spesso vanno molto oltre gli aspetti puramente formali di un discorso: usiamole correttamente. O, almeno, le usino correttamente le persone che sono vittime di sfruttamento: lasciamo a chi vuole ostentare che si approfitta degli altri l’uso esclusivo del termine “collaboratore”.

Il brand e l’etica

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L’articolo che da stamattina sta creando una quantità innumerevole di discussioni a proposito della supposta eticità della dieta vegana, ponendo l’accento su una serie di problemi di sfruttamento del territorio o dei lavoratori legati alla coltivazione o produzione di alcuni alimenti chiave della dieta vegana, o comunque consumati in gran parte dai vegani, ha un merito fondamentale: quello di ribadire che, ad oggi, l’unica scelta veramente etica a livello alimentare sarebbe il digiuno. E sostenere che la scelta vegana è etica in sé, poi se c’è sotto dello sfruttamento è colpa degli sfruttatori, è un po’ come dire che va benissimo fare continuamente acquisti su Amazon con il 25% di sconto, se Amazon sfrutta i dipendenti è un problema solo suo: un po’ ipocrita.

Qualunque scelta venduta come “etica” è, alla prova dei fatti e nel momento in cui la produzione degli alimenti è demandata a privati che operano con le stesse regole di mercato di chi commercializza elettrodomestici e voli low cost, una truffa. Parole come “bio”, “slow food”, “vegan” suggeriscono comportamenti e scelte apparentemente meritori, ma in realtà non sono altro che brand, tra l’altro molto spesso classisti, che creano eserciti di individui, sovente trasformandoli in adepti, convinti di una qualche superiorità morale che nella realtà non esiste.

Basta una semplice analisi del testo: dire, come da stanco ritornello degli amanti del “bio”, “certo, il bio costa un po’ di più, ma la qualità è tutta un’altra cosa” significa, a conti fatti, “io mi posso permettere di spendere di più per mangiare roba migliore, chi è più povero si fotta con i prodotti di scarto”. E questo non pone un problema molto diverso da quello sollevato da un articolo che rileva come il triplicare dei prezzi del quinoa, causato da ovvie dinamiche di domanda e offerta, comporti che per i poveri boliviani diventa più conveniente il cibo spazzatura americano.

È inconcepibile pensare di risolvere il problema dell’alimentazione di oltre 7 miliardi di persone con soluzioni a basso costo che prevedano un’etica accettabile del lavoro e uno sfruttamento non intensivo del territorio e degli animali senza le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Il problema è che, grazie ad un gruppo di integralisti miopi ai limiti del complottismo, si è preventivamente impedito pressoché qualsiasi investimento pubblico in tal senso, accarezzando il mito del piccolo agricoltore con l’orto tipo i racconti della nonna. Questo ha lasciato terreno completamente libero alle multinazionali, che hanno guadagnato un vantaggio competitivo misurabile in anni e che si trovano oggi in una condizione difficilmente intaccabile di monopolio, dal quale offrono sementi ai prezzi che desiderano con la quasi certezza di venderli senza problemi: perché l’alternativa, per gli agricoltori, sono piante più deboli, più esposte alle infestazioni, da cui devono essere liberate con metodi antiquati ed inefficienti come il rame, che tra l’altro è un metallo pesante che viene in questo modo sparso sul terreno – il romanticismo dell’agricoltura di una volta.

Poi possiamo pure dire che il nostro obiettivo è proprio un mondo diverso, in cui l’alimentazione, come buona parte del resto, non sia nelle mani dei privati e non ci sia bisogno di politiche redistributive perché le inuguaglianze verranno impedite all’origine, ma nel frattempo i poveracci che coltivano la soia per due spicci e che tra tre anni avranno il territorio devastato perché la soia è terribilmente aggressiva, con cosa e come si prevede che si sostentino? Si fa una quantità enorme di discorsi sul come risolvere i problemi in teoria, strutturalmente e definitivamente, ma ogni tanto ci si dimentica della congiuntura: domattina, nel frattempo, che facciamo? Perché nel frattempo la produzione di quinoa in Bolivia è controllata da squali che sfruttano terreno e lavoratori, che il quinoa non possono nemmeno più permetterselo.

Questi sono discorsi che una persona molto intelligente della professione, l’agronomo del Ministero delle Politiche Agricole, ed incidentalmente romanziere, Antonio Pascale, porta avanti da anni, per lo più insultato o sbeffeggiato da gruppi che hanno personalmente avallato una serie di decisioni disgraziate che stiamo pagando carissime e continueremo a pagare per decenni. Perdonatemi se non intendo starli a sentire.

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A cidade de Lisboa

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Sintra e Cabo da Roca

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Capitalismo

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Cos’è il capitalismo?

Il capitalismo è stato il sistema economico grosso modo prevalente degli ultimi tre secoli. Funziona più o meno così: un tizio investe soldi, conoscenza e capacità organizzativa in un processo produttivo ed assume lavoratori per portare a termine l’attività; i lavoratori guadagnano un salario basato sostanzialmente sulle condizioni economiche e sulla reciproca forza contrattuale, mentre l’imprenditore vede remunerato il proprio investimento ed il lavoro di organizzazione mediante un profitto. In tutto questo, lo Stato serve a garantire la presenza di condizioni favorevoli all’attività economica, ad esempio il rispetto delle norme di concorrenza. L’associazionismo a tutela degli interessi di categoria, sia degli imprenditori che dei lavoratori, è consentito. Le banche fungono da intermediari tra il risparmio privato ed il finanziamento dell’attività imprenditoriale.

Esistono diversi gradi di limitazione e regolamentazione dell’attività economica. Ad esempio, lo Stato può anch’esso essere capitalista, ma senza fini di lucro, per gestire la produzione di beni e l’erogazione di servizi essenziali che non possono essere soggetti a transazione sul mercato, perché ad esempio altrimenti non tutti potrebbero avervi accesso, o perché l’eventuale fallimento dell’azienda erogante verrebbe a privare la collettività di qualcosa di indispensabile. Inoltre, lo Stato può in certa misura intervenire per evitare l’insorgere di un inaccettabile grado di sbilanciamento nella distribuzione della ricchezza, mediante politiche preventive (come l’imposizione di salari minimi) e correttive (come la tassazione progressiva ed il suo utilizzo per fini redistributivi).

Fin qui come stanno in teoria, ed utilizzando semplificazioni estreme, le cose. Vediamo perché l’attuale sistema economico non ha nulla a che vedere col capitalismo – no, nemmeno con il liberismo più selvaggio, quello secondo il quale lo Stato dovrebbe limitarsi al minimo indispensabile, se non proprio sparire del tutto.

Per cominciare, non c’è nessuna concorrenza. Il sistema economico è drogato da una quantità enorme di storture atte a creare vantaggio a chi è dimensionalmente rilevante: si basa sulle lobby, che possono permettersi di foraggiare i legislatori per ottenere in cambio quello che vogliono; in un sistema aperto esistono paradisi fiscali, dove chi può permettersi di piazzare la sede paga tasse minime, con enormi vantaggi competitivi; nel frattempo vengono mantenuti in vigore concetti di concorrenza dogmatici e ridicoli, che di fatto si ritorcono contro lavoratori e piccole aziende, non contro le società più grandi.

In molti casi i capitalisti non rischiano niente di proprio. In Italia, ad esempio, siamo pieni di imprenditori coi soldi degli altri: mettono su un’attività che permane indefinitamente sull’orlo della bancarotta, che non ha nessuna possibilità di competere alla pari sul mercato (in massima parte per incapacità gestionale, organizzativa e pratica), ma viene tenuta in vita, peraltro sulle spalle dei lavoratori e non di una dirigenza incompetente e strapagata, mediante contributi, aiuti di Stato ed altre gentili regalie, il tutto mentre i dipendenti devono sempre essere a disposizione dell’azienda.

Le banche acquisiscono i risparmi privati ma non finanziano attività produttive. Da anni gli istituti di credito preferiscono sottrarre soldi al circuito dell’economia reale per destinarli a rischiose operazioni speculative di breve periodo, mentre piccole e medie imprese non hanno accesso al credito e annaspano contro giganti che le soffocano col dumping fiscale e salariale, mentre tutti si dicono quanto è bello ordinare le cose su Amazon.

Gli Stati (così come gli organismi sovrastatali) hanno abdicato al ruolo di controllori, non per sparire come vorrebbero i liberisti, ma per gettarsi su quello dei facilitatori: si limitano ad osservare la realtà e, invece di combatterla ove si verifichino storture e si riscontrino comportamenti che violano le leggi e le regole essenziali, abbattono dette leggi e regole essenziali dicendo che il mondo è cambiato e le norme della convivenza civile devono essere superate, e costruendo una società a misura dei desiderata di lobby ed imprese.

Se domani si risvegliassero i teorici del capitalismo come Smith e Ricardo, tornerebbero immediatamente a dormire, depressi dopo aver constatato che il sistema economico è tornato al medioevo, con Facebook e Booking al posto dei signorotti locali e con eserciti di fessi che li idolatrano invece di combatterli. Sono loro, Facebook e Booking, Amazon e Google, i primi ad osteggiare apertamente la vera libera iniziativa economica, i principali e concreti anticapitalisti.

Capitalismo? Ma fatemi il piacere!

Primal Scream @ Ex Dogana, Roma, 16/7/2017

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Domenica scorsa a Roma c’era una grazia spaventosa di concerti. All’Olimpico c’erano gli U2 che festeggiavano i 30 di “The Joshua tree”, il capolavoro contenente “With or without you”, “I still haven’t found what I’m looking for”, “Running to stand still”, “Bullet the blue sky” e soprattutto “Where the streets have no name”, forse la più U2 di tutte le canzoni degli U2, l’album che ha dato il via ad una tournée mondiale che ha portato la band dublinese fino a vette inimmaginabili. All’Auditorium c’era Philip Glass, che a 80 anni suonati ripercorreva la sua opera pianistica – per chi volesse approfondire, consiglio il doppio CD in cui Valentina Lisitsa si cimenta nelle esecuzioni, a chi necessita di un assaggio direi di provare con i “Four movements”, nella versione per due pianoforti eseguita dalle sorelle Labèque – che è piuttosto distante dalle sue sperimentazioni elettroniche e minimali, ma è spesso di una bellezza accecante. All’Ex Dogana di San Lorenzo c’erano i Primal Scream, band scozzese dalla storia più che trentennale e dai mille volti, dal rock alternativo degli inizi alla psichedelia ed all’elettronica industrial, dai testi edonisti a quelli politicamente impegnati, da “Come together” a “Swastika eyes”.

Non ho neanche mai preso in considerazione l’idea di andare a vedere gli U2: prezzi proibitivi, band tronfia, un po’ bollita e molto lontana dagli ideali e dalla forza della loro storia vera, quella dei primi 15 anni di carriera. Con un’amica eravamo in dubbio se andare a vedere Glass o i Primal Scream, poi lei ha organizzato mentre io passavo la domenica in giro per ville a Tivoli (seguirà reportage fotografico, ma non prima di altri post legati ad altre peregrinazioni in giro per Portogallo ed Italia) e ha optato per le emozioni forti, il volume, la pancia, in una parola per il rock.

Premetto che non ho una conoscenza approfondita dei Primal Scream – anzi, tra i presenti ero uno di quelli che li conosceva meno. Aggiungo che i miei Primal Scream preferiti sono quelli che un mio amico una volta definì “truzzi”: quelli della gazzarra elettronica, del trance e dell’industrial, dei ritmi ossessivi e dei rumori alienanti; quelli di “Xtrmntr” e “Evil heat”, due dischi storti, pubblicati a cavallo del cambio di millennio, con molti punti di contatto ed alcune differenze cruciali – due capolavori travolgenti e bizzarri. Due dischi che, con l’eccezione di “Swastika eyes”, andando al concerto non immaginavo che avrei sentito molto rappresentati da una band che, alla fine della fiera, consta di voce, chitarra, basso, tastiere e batteria.

Dei 14 brani che Bobby Gillespie e soci hanno suonato, infatti, ne ho personalmente riconosciuti meno della metà. Ma il punto non è assolutamente questo. O forse lo è, ma di sfuggita: perché indipendentemente dall’aver riconosciuto poco, il concerto è stato sensazionale. I Primal Scream hanno approssimativamente la stessa età degli U2, ma hanno una voglia, un’energia, una passione che Bono e soci si sognano da tempo. Tengono il palco in modo esemplare, costruiscono il suono perfettamente, riarrangiano i loro brani per farli rendere al meglio e li suonano con passione e convinzione.

Il sound è pieno, acidulo e caldo, ben miscelato, sfrontato, efficace, spicca soprattutto l’onnipresente chitarra, potente, aggressiva ma mai invasiva, Andrew Innes è fantastico, è anche un discreto personaggio, in camicia e cappello; le tastiere sono un po’ sacrificate (ma quando serve si sentono benissimo), basso e batteria fanno il loro lavoro. I Primal Scream dal vivo sono una band spettacolare, anche con un pubblico tutto sommato freddino (a parte una mezza dozzina di ultras che Gillespie ad un certo punto ha persino dovuto zittire) risultano potenti, trascinanti. Fa tristezza dirlo, ma sono davvero una band d’altri tempi – i tempi in cui suonare e coinvolgere era quello che definiva una grande band e lo spettacolo era qualcosa di accessorio, non il punto centrale di un concerto.

Che altro dire? Ringrazio la mia amica per la scelta (sì, gliel’ho detto di persona e questa è solo una sviolinata, lo so), rimpiango solo di non averli mai visti in precedenza e consiglio a chiunque possa di andarseli a godere il prima possibile. I Primal Scream dal vivo sono una cosa memorabile.

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Miradouros de Lisboa

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Hiromi feat. Edmar Castaneda @ Arena Santa Giuliana, Perugia, 12/7/2017

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È la quarta volta che vedo Hiromi dal vivo: la prima, in un concerto solista ad inizio 2012, è stata quella che me l’ha fatta conoscere; la seconda e la terza nel 2014, due sere di seguito, prima all’Umbria Jazz in duo con Michel Camilo, poi a Pescara in trio con Anthony Jackson e Simon Phillips. L’altro ieri sera, 12 luglio 2017, di nuovo all’Arena Santa Giuliana di Perugia, dove si è presentata in duo con l’arpista colombiano Edmar Castaneda.

Prima di parlare dell’esibizione, una piccola lamentela: questa faccenda del doppio concerto con l’accoppiamento a casaccio è quanto di più controproducente io abbia mai visto. C’è in cartellone una star del calibro della pianista giapponese, in un concerto inedito a duo con un arpista, e la si costringe a suonare per un’ora e venti per far spazio a qualcun altro: e non a qualcun altro del medesimo ambiente culturale, che so, un altro pianista fenomenale, ma ad una che fa salsa. Davvero non capisco.

Hiromi e Castaneda sono saliti sul palco verso le nove e venti. I primi due brani sono risultati essere del repertorio del musicista colombiano, interessanti e con ottimi spunti di improvvisazione e fraseggi godibilissimi; il secondo, in alcuni momenti fantastico, è decollato dopo un intro molto lungo, in cui i due all’inizio sembrava stessero accordando gli strumenti. Poi il genio è salito in cattedra: ha cominciato con la sontuosa “Place to be”, dall’album omonimo per solo piano. Poi ha presentato una cover: ha detto che era un pezzo che voleva suonare da una vita, ma non sapeva come orchestrarlo, e finalmente ha trovato la giusta alchimia con Castaneda; ha detto che si trattava di un pezzo di una colonna sonora, di un film di cui sono usciti ad oggi 7 episodi, e l’ottavo uscirà a dicembre.

Mentre tutti ci aspettavamo una bizzarra versione pianistica della “Marcia imperiale” (no, non è vero, lo speravamo solo), Hiromi e Castaneda hanno attaccato il pezzo della Cantina Band, quello suonato nel locale in cui Luke Skywalker e Obi-Wan Kenobi assumono Han Solo e Chewie per farsi portare su Alderaan. Assolutamente geniale.

Il concerto si è poi concluso con una suite intitolata “Elements”, da circa 35 minuti di durata e divisa in 4 brani (“Air”, “Water”, “Earth”, “Fire”), composta da Hiromi per l’occasione – che non è il singolo concerto ma una tournée che va avanti da mesi. Ed è stato in questi 35 minuti che si sono raggiunte vette di un’altra categoria, espressiva, ma anche tecnica e di puro divertimento (sebbene l’esecuzione di “Place to be” sia stata sensazionale), con un’alternanza di brani eleganti, travolgenti, coccoli e ai limiti del comico superlativa ed una struttura ingegneristica. Una suite pazzesca, suonata, interpretata ed improvvisata in modo sublime, che mi auguro verrà prima o poi resa pubblica perché l’ascolto di una roba del genere non può rimanere un episodio isolato ad esclusivo vantaggio di chi Hiromi e Castaneda ha avuto ed avrà l’onore di vederli.

Per quello che i riguarda, una suite del genere, migliore anche di “Viva! Vegas” su “Place to be”, e probabilmente all’altezza dei tre brani indicati come “Music for three-piece orchestra” su “Spiral”, è un sostegno piuttosto conclusivo all’idea che Hiromi dovrebbe staccarsi, magari non in modo definitivo, dal Trio Project e tornare a comporre in maniera libera seguendo quello che le dice la testa – una testa molto creativa ed incredibilmente brillante.

A causa della fretta dettata dalla necessità di modificare il palco per il concerto successivo, niente bis. Peccato. Ripeto, io trovo che la scelta di non lasciare l’intera serata a Hiromi ed Edmar Castaneda sia stata incomprensibile. E non solo perché per me avrebbero potuto andare avanti a suonare fino alle quattro del mattino emozionandomi continuamente senza mai stancarmi, ma perché Hiromi è oramai da tempo una numero uno vera, che sposta gente e con la quale i musicisti fanno la fila per collaborare. E non si può mettere fretta al genio.

Meravigliosa. Io continuo ad aspettarla a Roma.

Ani DiFranco @ Laghetto di Villa Ada, Roma, 4/7/2017

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Premetto: amo Ani DiFranco dal 1998, per alcuni periodi si è trattato di un amore particolarmente intenso; “Living in clip”, “Little plastic castle” e “To the teeth” sono stati poco meno che delle bibbie per me; tra il 2000 ed il 2004 l’ho vista dal vivo 4 volte, con diversi tipi di band ed accompagnata da un contrabbassista; per un lungo periodo Ani D. è stata una delle mie fonti di citazioni più saccheggiate, di gran lunga la più utilizzata su argomenti seri; il suo modo di esprimersi, di raccontare o semplicemente sputare fuori certe cose si sposa perfettamente con la mia sensibilità e la mia persona. Quindi io ieri sera, 4 luglio 2017, al laghetto di villa Ada, non ho assistito al concerto di una cantautrice americana: ho rivisto un vecchio amore. E non sarò mai in grado di parlarne razionalmente.

E dunque, ieri sera. Temevo un po’ l’effetto nostalgia: primo perché non ascolto tantissimo Ani D. da qualche tempo, secondo perché i 12 anni trascorsi dall’ultima volta che l’ho vista dal vivo sono passati per tutti, e l’idea che miss DiFranco potesse aver in parte esaurito la spinta propulsiva, o che io potessi non trovarmi più in sintonia col suo linguaggio mi spaventava un po’. Poi Ani, attorno alle dieci di sera, è salita sul palco. E no, non siamo tornati tutti nel 2002: eravamo tutti ben consapevoli del tempo. Il punto, anzi, è proprio questo: ci siamo ritrovati. Non come se gli anni non fossero trascorsi, ma come se avessimo continuato a vederci tutti i giorni.

Piccola divagazione. Ani DiFranco somiglia concettualmente ad artisti come Dave Matthews o Tori Amos: la scaletta dei suoi concerti attinge ad un repertorio enorme in maniera libera ed onnicomprensiva; letteralmente, in un concerto può suonare qualsiasi pezzo, da qualsiasi disco. Certo, ci sono dei preferiti (tipo “Gravel” e “Shameless”) e dei brani che non suona quasi mai, ma ogni concerto fa storia a sé tra canzoni nuove, canzoni vecchie, canzoni vecchissime. Impossibile aspettarsi qualcosa, tuttavia ognuno può sempre sperare che attinga almeno un brano dal suo pantheon personale: ricordo ancora i brividi di quando nel 2001 attaccò “Done wrong”; ieri invece mi ha regalato “32 flavors”. Speravo almeno una tra “The diner”, “Swan dive” e “Untouchable face”, ma niente.

Il concerto dicevamo. La prima, ottima, notizia è stata che era accompagnata da due tizi, un batterista ed un contrabbassista, e per quello che mi riguarda la sua musica, almeno quella vecchia, rende al meglio se suonata in trio. La seconda è che ha iniziato a suonare: si è presentata al pubblico con “Two little girls”, seguita da “As is”, entrambe da “Little plastic castle”: il mio cuore ha ringraziato sentitamente.

In realtà, non c’è molto altro da dire, o meglio ce n’è una, concisa e compendiosa: è stato un concerto di Ani DiFranco. Ha quasi 47 anni, ma è come se ne avesse 30, per energia, voglia, passione e cose da dire. È come è sempre stata: travolgente, divertente, intensa, emozionata ed emozionante, con la sua voce, le sua chitarre acustiche e le sue unghie finte (che si è dovuta frettolosamente e un po’ comicamente riattaccare alle dita quando dietro l’insistenza del pubblico, incoraggiato dai tecnici, ha deciso di uscire una seconda volta per un ulteriore bis) per torturarne le corde e farne suoni pazzeschi a tremila note al minuto. Ha una storia da raccontare, oggi, una storia lunga: può guardare alla rabbia del suo primo decennio con una consapevolezza diversa, ma non l’ha né rinnegata né attenuata, e non ha rinunciato alla lotta, alla politica, al femminismo, all’uguaglianza. Per cui eccola che, anche nei pezzi nuovi, parla di sé e delle sue battaglie, con una maturità che a 26 anni non aveva, ma sempre in prima persona, senza predicare o pontificare e senza la calma ipocrita di chi guarda da fuori. Altro che effetto nostalgia, lei è sempre lì, orgogliosamente sulle barricate, chi è invecchiato, dentro molto più che fuori, al massimo è chi la va ad ascoltare.

C’è solo una cosa da fare: ringraziarla. Che gioia averla vista!