Il 10,5% dell’elettorato francese

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Dunque, la Francia ha scampato il pericolo Le Pen e si è gettata nel pericolo Macron. I francesi, tra un fascismo palese e un subdolo protofascismo economico, hanno scelto di evitare di eleggere una tizia che avrebbe voluto chiudere le frontiere e discriminare le persone sulla base della loro provenienza etnica da stamattina. Hanno preferito affidarsi ad uno che, se verrà lasciato lavorare come vuole, creerà le condizioni per avere una Le Pen ancora più potente alle prossime elezioni. Tra l’erosione immediata dei diritti civili ed il proposito di erosione progressiva dei diritti sociali, hanno scelto quest’ultima, in buona parte pensando di provare a combatterla, ed a fare in modo che il suo proponente non abbia mano libera.

Stamattina, ma in realtà già da ieri sera, è tutto un fiorire di dichiarazioni festanti su una Francia che ha scelto l’Europa, il mercato, l’antifascismo (sempre fingendo di ignorare il pensiero fascistoide dell’economia e della finanza internazionale) contro la paura, l’isolazionismo ed il razzismo. Gioverebbe ricordare che si è trattato di un ballottaggio, non di una votazione aperta, e che tra due estremi uno avrebbe comunque dovuto vincere. Peraltro, vista la mobilitazione a favore del meno pericoloso dei due candidati, almeno nel breve periodo, era del tutto prevedibile che avrebbe vinto Macron. Quello che d’ora in avanti bisognerà ricordargli tutti i giorni, e ricordarlo anche a noi stessi, è che non ha vinto con le sue forze, che non è maggioranza nel paese e che come tale non può godere di libertà assoluta nel portare avanti il suo programma solo perché ha impedito ad una persona dichiaratamente fascista di andare all’Eliseo.

Ecco, già che ci siamo, facciamo due conti in tasca ai francesi ed al nuovo Presidente della Repubblica.

Al ballottaggio ha votato il 74,6% degli aventi diritto: il dato più basso dal 1969, il che dovrebbe già di per sé dare un’idea di quanto poco i candidati siano stati in grado di coinvolgere chi non era già con loro – e ricordiamo che uno dei due era considerato un pericolo da buona parte delle altre forze politiche e della società civile. Dei votanti, l’11,5% ha consegnato scheda nulla o bianca; dei voti validi, il 66,1% è andato a Macron, il 33,9% alla Le Pen. Quindi, la classifica finale, considerata anche l’astensione, vede Macron in testa con il 43,64% dell’elettorato, seguito dall’astensione, con il 33,98%, ed infine la Le Pen, con il 22,38%. Con buona pace di chi sostiene che i non schierati siano irrilevanti.

Secondo un sondaggio riportato dai media francesi, inoltre, il 43% di chi ha votato Macron lo ha fatto per impedire la vittoria della Le Pen, il 33% per un’idea di rinnovamento e solo il 24% perché convinto dalla sua persona o dal suo programma. Quindi, se chi ha votato perché l’alternativa a Macron era impresentabile non si fosse a sua volta recato alle urne (il 18,8% dell’elettorato), i risultati avrebbero visto l’astensione in testa col 52,7% dell’elettorato, seguito da Macron (24,9%) e dalla Le Pen (22,4%); in termini di voti validi, Macron avrebbe vinto col 52,6%: uno scarto davvero misero.

Parlando delle persone convinte di quello che Macron vuole fare o di ciò che rappresenta, si tratta del 24% dei voti ottenuti dal nuovo Presidente della Repubblica francese, quindi del 10,5% dell’elettorato: Macron, davvero, piace a circa un elettore francese su 10 – molto verosimilmente meno di quelli a cui piace in quanto tale la Le Pen.

Conclusione: Macron ha vinto grazie al fallimento dei partiti tradizionali (un Fillon impresentabile, i cosiddetti socialisti molto poco di sinistra con Hollande, con un Melenchon non convincente ed incapaci di trovare un accordo con la sinistra più radicale), che ha portato ad una generica richiesta di rinnovamento, ed all’essere andato al ballottaggio con l’avversario più temuto dai francesi. Ne tenesse conto lui, quando cercherà di attuare il suo programma, e ne tenessero conto gli analisti politici ed economici, quando diranno che ha comunque salvato la Francia dalla presidenza Le Pen. Non è così: a salvare la Francia sono stati i francesi, non certo uno che ha convinto il 10% dell’elettorato.

È questo, forse, l’unico dato confortante di oggi.

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Una sera, sul Pincio

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2 metri troppo a sud

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Mi sto facendo un sacco di risate sulla faccenda dello slittamento della Nuvola di Fuksas che andrebbe ad invadere lo spazio dei marciapiede di viale Europa. E le risate non sono legate tanto al pasticcio in sé, che comunque è abbastanza divertente, ma ad alcuni aspetti ad esso strettamente connessi.

Vediamo meglio (le immagini sono tratte da Google Maps). Stando a quello che leggo, il problema sarebbe che la Nuvola sembrerebbe esser stata costruita due metri troppo a sud, il che toglierebbe spazio sia alla cosiddetta Lama, un edificio progettato per diventare un hotel di lusso tuttora in fase di costruzione, ma la cui struttura è stata edificata da anni, sia al traffico pedonale su viale Europa, verso la quale l’intera struttura si affaccia, impedendo contemporaneamente la visuale verso ovest.

Allora, la struttura della Nuvola si trova in un isolato circondato, semplificando, ad ovest da via Cristoforo Colombo, un’arteria fondamentale che unisce il centro di Roma (zona San Giovanni, Terme di Caracalla, porta Ardeatina) all’Eur, il quartiere dove il Roma Convention Center è situato, a nord da viale Asia, ad est da viale Shakespeare ed a sud da detto viale Europa, un viale alberato rettilineo percorso da svariati autobus e da un discreto traffico automobilistico e pedonale che, dal lato ovest, termina sovrastato dalla basilica dei santi Pietro e Paolo. L’ingresso alla Nuvola è sulla Colombo.

La Nuvola occupa, diciamo così, la parte nord dell’isolato, quindi si affaccia su viale Asia, sulla Colombo e su viale Shakespeare. L’affaccio a sud, quello su viale Europa, non è occupato dal centro congressi, ma dal futuro albergo di lusso: la Nuvola non si affaccia su viale Europa. Quindi le possibilità sono due: o la Nuvola è stata costruita 2 metri troppo a sud e toglie spazio alla Lama, o l’intero isolato è stato edificato 2 metri troppo a sud ed invade il marciapiede di viale Europa. Non è possibile che si verifichino entrambe le condizioni.

Passiamo ad un concetto diverso: la tempistica. La Nuvola, nel suo complesso, non è un edificio irregolare all’aria aperta: è costruita all’interno di un parallelepipedo in vetro-cemento, la cui costruzione ha richiesto anni. La Lama è a sua volta un parallelepipedo, ad essa parallelo, anch’esso edificato lungo un periodo di tempo estenuante. Com’è possibile che in oltre 10 anni di lavori di costruzione nessuno si sia mai accorto che le due strutture sarebbero finite troppo vicine? Oppure, se è tutta la struttura che è troppo a sud, com’è possibile che in oltre 10 anni nessuno si sia mai accorto che la Lama si sarebbe trovata troppo a ridosso di viale Europa?

Concludiamo con gli aspetti più ridicoli di tutti: visibilità e viabilità. Da quando sono iniziati i lavori, la carreggiata di viale Europa è ridotta. Provenendo da est, all’incrocio con viale Shakespeare il traffico automobilistico è canalizzato leggermente verso sinistra tramite cartelli e segnaletica orizzontale gialli – quindi provvisori – a causa della presenza del cantiere sul lato destro. Poco prima dell’incrocio con la Colombo, l’intera carreggiata torna a disposizione e le macchine possono spostarsi di nuovo verso destra. Tutto questo avviene non per fare spazio all’edificio della Lama, che è in buona approssimazione alla stessa altezza degli altri palazzi che si affacciano su viale Europa, ma a qualche sorta di servizio posto tra la Lama e la strada.

Da questo discendono due considerazioni. Primo, che la Lama, di per sé, non ostacola la visuale verso la basilica dei santi Pietro e Paolo più di quanto la ostacolino gli altri palazzi, che peraltro al contrario della Lama sono fronteggiati da alberi – la ostacola in altezza, magari, essendo parecchio più alta degli edifici circostanti, ma certo non con un impedimento in orizzontale. Secondo, il restringimento di carreggiata in corrispondenza dei cantieri della Lama è presente da anni; il fatto che, a fine aprile 2017, qualcuno se ne sia improvvisamente accorto è quantomeno bizzarro: nessuno, compresi architetto e direttore dei lavori, è mai transitato su viale Europa negli ultimi 10 anni?

Non è esilarante tutto ciò?

Rachael Yamagata @ Wishlist, Roma

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Dopo svariati anni di attesa, più precisamente oltre 8, da quando sono entrato in possesso di “Elephants… Teeth sinking into heart”, un disco che ha letteralmente cambiato i miei gusti musicali, venerdì ho finalmente avuto la fortuna di vedere Rachael Yamagata esibirsi live. Nel settembre 2015 l’avevo mancata ad Amsterdam di circa una settimana, ma avevo in compenso avuto la fortuna di potermi innamorare di Lady Lamb. Venerdì 28 aprile si è esibita, da sola sul palco, al Whishlist di Roma – un posto in cui non ero mai stato, piccolo ed intimo con un’acustica davvero eccezionale, almeno per un concerto per voce ed un solo strumento.

Ci sarebbero preliminarmente un paio di cose da dire sulla spalla, il secondo tizio in 3 settimane, dopo Dave Matthews, a domandare perdono per il presidente eletto dai suoi compatrioti, ma si finirebbe a parlare dell’inutilità dello scusarsi nel paese che ha inventato il magnate dei media che fa demagogia e vince le elezioni, quindi sorvoliamo e concentriamoci sul concerto vero e proprio.

Rachael Yamagata è un’artista travolgente. Ha una voce roca, graffiante e molto potente, sa come usarla e non ha paura di farlo – forse perché ha bisogno di farlo. Sul palco è meravigliosa: riesce a cantare brani assolutamente devastanti ed ad introdurli in modo divertente senza che le due cose contrastino – detto in altre parole, sa ironizzare sui propri dolori ed i propri fallimenti e sul processo di razionalizzazione, senza sminuirli né dare l’idea di cazzeggiare. Quando canta in sala c’è il silenzio assoluto, il pubblico (circa 120 persone, a naso poco meno della metà aveva una discreta conoscenza del suo repertorio) è rapito dalla sua forza e dalla sua intensità.

Alcuni momenti deliranti a caso. Dopo aver iniziato il concerto con “Be, be your love”, pezzo dilaniante del suo album di debutto “Happenstance”, Rachael ci ha assicurato che l’esibizione non sarebbe stata proprio tutta così; ha poi proseguito dicendo che di solito, a metà del pezzo, il pubblico si vuole suicidare, ed alla fine vuole uccidere lei. Dopo un altro brano particolarmente duro, ha chiesto ai presenti se ci fosse qualcuno al primo appuntamento; avendo visto zero mani alzate, ha convenuto che sarebbe stato il concerto sbagliato ed ha chiesto se invece ci fosse qualcuno che voleva lasciare il partner ma ancora non aveva trovato il coraggio di dirglielo; poi ha aggiunto che un suo concerto è un buon posto per conoscersi, perché gli uomini che vanno a vederlo sono di solito molto consapevoli dei loro sentimenti, e le donne hanno avuto almeno una volta il cuore spezzato – probabilmente un’ottima fotografia dei suoi fan. Verso la fine del concerto, sedendosi al piano, ha chiesto ai presenti che pezzo volessero sentire; il sondaggio è stato vinto dall’incommensurabile “Sunday afternoon” (che peraltro io sono stato il primo a richiedere), che però doveva essere suonata alla chitarra, quindi Rachael ha chiesto che pezzo volevamo che suonasse al piano: ha vinto “Elephants”, altro pezzo sontuoso.

Un concerto eccezionale. Non sono esattamente un fan degli one (wo)man show, ma Rachael Yamagata ha una capacità superiore di stare sul palco, una voce pazzesca, e l’assoluta motivazione a massacrare le corde di una chitarra acustica, se ha solo quella per accompagnare le sue grida potenti e disperanti – non è un caso che abbia suonato tutti i pezzi più strazianti alla chitarra, mentre il pianoforte era riservato a quelli più riflessivi e malinconici. È una che fa un grosso lavoro di introspezione e di analisi dei suoi sentimenti, per poi buttarli giù senza filtri: in questo modo, una volta trovata la chiave del suo linguaggio musicale, le sue canzoni non ti parlano di lei, ma di te stesso e delle tue emozioni. Un’esibizione di una come Rachael Yamagata, esattamente come i suoi dischi, non comporta l’ascolto di un’artista che racconta e mette a nudo sé stessa, ma che ti scava dentro, ti mostra te stesso, oltretutto in un modo scuro e molto doloroso. È un’esperienza estenuante, da cui si esce più consapevoli, ma anche un po’ rintronati. Da questo punto di vista, la sua autoironia è fondamentale, altrimenti un suo live sarebbe una sequenza di calci in faccia.

Spero di vederla presto anche con la band. Nel frattempo, grazie di tutto!

La chiamata alle armi

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Il fatto che in Francia il ballottaggio per le elezioni presidenziali sia tra Marine Le Pen e Macron crea un problema. E non è che uno dei due vincerà: è che una come la Le Pen potrebbe vincere, quindi chiunque sia dotato di un’umanità anche solo passabile sarà costretto a votare per Macron. Il quale, nel momento in cui sarà eletto, avrà in mano una cambiale illimitata da riscuotere, perché ogni volta che farà qualcosa di discutibile o che qualcuno protesterà contro le sue scelte, lui potrà sempre replicare che l’alternativa era una xenofoba, razzista, retrograda baciapile come la leader del Front National.

Con questo non voglio nemmeno provare a suggerire che bisognerebbe votare per la Le Pen, né che mi auguro una vittoria della Le Pen anche se voterei personalmente per Macron. Voglio semplicemente suggerire che c’è un problema, e che quando i candidati sconfitti si affrettano ad asserire, ad urne ancora calde, che al secondo turno appoggeranno il candidato, diciamo così, centrista, contribuiscono al consolidamento di una situazione in prospettiva pericolosa.

Peraltro, c’è una seconda questione che non mi piace.

Un personaggio come Marine Le Pen, al pari di tutti i fascisti e affini della storia, ha come strategia politica il vittimismo. Il suo, che personalmente si lamenta di tutto, e quello dei suoi elettori, che coccola utilizzando un gergo da complottista, facendo continuo riferimento a poteri forti, élite finanziarie ed altri bizzarri elementi che vogliono il male del povero francese rurale a vantaggio di finti profughi e migranti, del business dell’accoglienza e del lavoro sottopagato. Ora, è palese che Macron incarna perfettamente l’ideale dell’uomo dei poteri forti agli occhi del lobotomizzato medio. In effetti, sostenere che Macron, col suo feticismo del mercato ed il suo europeismo da burletta, governerà in nome dell’equità e della protezione dello stato sociale e della dignità individuale è quantomeno fantasioso.

Quindi, non vorrei che la chiamata alle armi da parte di tutti i fronti politici contro la Le Pen si trasformi in una chiamata alle armi della popolazione a favore della Le Pen, al grido di “se tutti coloro che hanno un minimo di potere preferiscono l’uomo delle lobby, allora chi vuole affossare le lobby deve votare per lei”. Sembra contorto, ma non lo è: è semplicemente quello che è successo negli Stati Uniti a novembre.

C’è infine un ultimo aspetto che mi spaventa.

Si dice spesso che negli Stati Uniti, se i Democratici avessero puntato sulla politica sociale di Sanders invece che su un manichino di potere come la Clinton, probabilmente avrebbero intercettato meglio il voto popolare. È un discorso interessante, ma tutto da verificare, fermo restando che la Clinton ha perso pur avendo preso parecchi voti più di Trump (quindi il problema non è stato di quantità ma di distribuzione geografica) e che Sanders al suo posto avrebbe usufruito di boicottaggio passivo (nel senso di non dichiarato) da parte dei gruppi di potere che sostenevano la Clinton e che Sanders osteggiava apertamente. Non ci vuole molta immaginazione a pensare che una come la Clinton preferisca questa situazione, in cui ha perso ma può inveire pubblicamente contro un uomo nero grottesco e caricaturale, ad una in cui il suo partito ha vinto ma lei non conta nulla e deve pure abbozzare in silenzio.

In altre parole: bene che gli sconfitti a sinistra chiedano ai proprio elettori di votare per un liberista invece che per una fascista. Ma gli sconfitti a destra, in una situazione simmetrica, cosa farebbero? Un Macron, tra chi vuole ridiscutere da zero i dogmi economici del laissez-faire e chi fa sparate nazionaliste ma ha comunque alle spalle una concezione basata sullo sfruttamento, chi preferirebbe vedere all’Eliseo? Non parlo di chi appoggerebbe pubblicamente, ma di ciò che farebbe dietro le quinte. Siamo sicuri che Macron, tra uno che vuole rafforzare l’intervento dello Stato nell’economia ed una che delira contro negri e musulmani ma fonda le proprie convinzioni ideologiche su concetti fondamentalmente feudali, preferirebbe nei fatti davvero la prima soluzione?

Io no. Per questo dico che va bene turarsi il naso e votare per lui, ma i veri problemi cominciano l’8 maggio. Chiunque venga eletto.

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Roma in bianco e nero

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Dave Matthews e Tim Reynolds @ Teatro degli Arcimboldi, Milano

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Dave Matthews e Tim Reynolds. Non la Dave Matthews Band, solo due elementi, che peraltro hanno iniziato ad esibirsi insieme prima che Tim Reynolds si unisse ad essa. Uno strano sodalizio tra due musicisti che hanno chiaramente un legame molto profondo – fu Reynolds, a quello che ho capito, ad incoraggiare Dave Matthews ad andare avanti con il progetto della band, ma senza prendervi parte attivamente, salvo poi collaborare continuamente con lo stesso Matthews ed unirsi al gruppo quasi 20 anni dopo, quando questo ha avuto la necessità di sostituire il partente tastierista Butch Taylor e deciso di spostarsi verso un sound più acido e diretto.

Nonostante Reynolds sia oggi membro della DMB, continua a fare tour con Dave Matthews, in cui i due suonano principalmente pezzi della band con due chitarre acustiche, qualche effetto e nient’altro. Nella prima metà del mese di aprile hanno suonato in Italia; per ragioni fortuite, a me è capitato di andare a vedere la data di Milano. E sì, il concerto è stato quasi due settimane fa. Lo so. Che vergogna!

L’esibizione si è tenuta a Milano, al teatro degli Arcimboldi: una struttura moderna, molto affascinante, dove hanno subito cercato di prenderci in giro rifilandoci i biglietti della prima galleria come “platea alta”, l’apoteosi del “vorrei ma non posso” in salsa imbruttita.

Iniziamo con qualche spiegone. Dave Matthews e Tim Reynolds fanno esattamente quello che fa normalmente la Dave Matthews Band: compongono la scaletta sera per sera, di modo che i concerti sono sempre diversi, e non per questione di dettagli; inoltre improvvisano, variano i brani, a volte letteralmente suonano come viene. In due magari è tecnicamente più facile che in sette per ovvie questioni di coordinazione, ma tenere alta la tensione per nove minuti su un brano suonando in due dev’essere estenuante.

Dave Matthews lo conosciamo: è un mostro. Un genio musicale assoluto, con una voce limitata a cui dà fondo senza riserve ed una capacità comunicativa inestinguibile, legata ad una necessità di esprimersi ai limiti del soprannaturale. Tim Reynolds è un immenso chitarrista elettrico ed un buon chitarrista acustico che riesce mirabilmente a coniugare perizia tecnica ed intensità espressiva. Ha un vizio: quello di suonare al limite. Si ritrova spesso ad esagerare ed a tentare frammenti sul bordo delle sue comunque impressionanti abilità esecutive, ma con una chitarra acustica senza particolari effetti le sbavature si sentono.

Passando all’esibizione, volendone fare un sunto rapidissimo, dopo i primi due brani Dave Matthews ha preso il microfono e e si è scusato “per l’uomo che abbiamo messo alla Casa Bianca”, per poi attaccare “Don’t drink the water”, pezzo di critica feroce contro ciò che i coloni americani fecero ai Pellerossa, peraltro perfettamente applicabile anche all’attuale politica estera degli Stati Uniti. Volendone fare un altro, si potrebbero menzionare i quasi 10 minuti di “Warehouse”, brano di per sé pazzesco e tenuto da due tizi con la chitarra acustica ad un’intensità mostruosa, bellissimo e spasmodico.

Il punto però è che non ha senso fare sunti rapidissimi, perché le due ore e tre quarti in cui Matthews e Reynolds hanno dato tutto, con una continuità, una potenza ed una passione impossibili, muovendosi in un repertorio straordinario (personalmente, ringrazio per “Seek up”, con cui aprirono anche al Palaeur 18 mesi fa, “Crush” e “Two step”), non sono comunque efficacemente riassumibili. Il punto è che il concerto è stato strepitoso; perché ad uno come Dave Matthews basta affacciarsi su un palco ed avere la possibilità di esprimersi per trasformare tutto quel che tocca in qualcosa di sensazionale, e lui è un musicista raffinatissimo ed originale, ed è questo connubio tra forza comunicativa e perizia compositiva ed esecutiva che lo rende un artista incommensurabile eppure straordinariamente accessibile. Facile dire “tutto qui”, ma di persone come lui ce ne saranno una mezza dozzina al mondo.

Due scemi con la chitarra acustica che suonano per quasi tre ore pezzi anche piuttosto estesi: bisognava esserci per capire cosa stava succedendo. Certo, non era la Dave Matthews Band, ma era tanta, tanta, tanta roba.

Steve Hackett @ Auditorium Conciliazione, Roma

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Quando si assiste ad un concerto, in particolare quando chi sta sul palco è capace di coinvolgere emotivamente il pubblico, con la musica, l’atteggiamento e via elencando, nei giorni successivi si vive in una specie di hangover, durante il quale i momenti più intensi dello spettacolo vengono rivissuti continuamente, e le sensazioni che si sono provate sono richiamate riascoltando il repertorio dell’artista, esplorandolo a volte quasi da zero, creando una nuova familiarità con la sua musica. Ora, nessuno può sostenere che sia un peccato, o in qualche modo negativo, assistere a diversi concerti in pochi giorni: tuttavia, questa fase di hangover viene in qualche modo limitata da una sovrapposizione in cui vince il più forte e gli altri passano in secondo piano, dove magari non sarebbero finiti in una situazione diversa – una situazione ideale in cui i grandi concerti sono spalmati nel tempo, invece di essercene tre in una settimana (1, 3 e 7 aprile) e zero per mesi.

Il primo della sequenza è stato Steve Hackett all’Auditorium di via della Conciliazione a Roma, sabato scorso.

Steve Hackett è noto ai più per essere stato il chitarrista dei Genesis fino al 1977, quindi quello che ha concepito e suonato brani tipo “Watcher of the skies”, “The musical box”, “Dancing with the moolit knight”, “Supper’s ready” e “Firth of Fifth”. Dal 1977, quindi appena da una quarantina d’anni, il buon Steve è passato ad una carriera solista che consta di oltre una ventina di album ed un’instancabile attività dal vivo, peraltro testimoniata da una robusta produzione di dischi live. Sabato sera presentava il suo ultimo lavoro in studio, “The night siren”, per poi spaziare nei suoi quasi 50 anni da musicista di professione.

Prima di decidere di andare al concerto mi sono chiesto da chi fosse composta la band: non avevo dubbi che si sarebbe trattato di musicisti a dir poco capaci, ma volevo averne un’idea. Quando alla voce “basso” ho letto Nick Beggs, ho capito che “capaci” era una gigantesca sottovalutazione: Hackett si sposta solo con i migliori.

Alcune considerazioni sparse sull’esibizione prima di andare al cuore della faccenda. Il concerto è stato un concentrato di musica tra il rock ed il progressive, una serie di brani più o meno estesi, con nessuna suite e pochissime canzoni in senso stretto – per lo più pezzi con variazioni e modulazioni di grandissima raffinatezza compositiva, ma mai autoreferenziali o di pura ostentazione. Ogni pezzo, dai più nuovi ai classici, è stato gradevole ed elegante, suonato con intelligenza, ma mai in modo perfetto ed asettico, da una band di musicisti mostruosi completamente al servizio della musica, Hackett compreso: nonostante un pubblico di fan di vecchia data ed una carriera che glielo consentirebbe anche, non è stata un’esibizione auto-celebrativa. Steve Hackett è cresciuto negli anni Sessanta e si vede: ogni volta che il brano che introduceva glielo consentiva, ha tessuto le lodi del multiculturalismo, delle contaminazioni, dell’apertura mentale e del dialogo, non risparmiando una frecciatina alla Brexit. Con un vocalist con un timbro molto simile a quello di Phil Collins, quando si è trattato di rievocare i fasti dei Genesis, Hackett si è concentrato molto sul periodo successivo all’uscita di Peter Gabriel, includendo parecchi pezzi da “Wind and wuthering” e poco dai capolavori precedenti.

E allora qual è il cuore della faccenda? Il cuore della faccenda è composto da due titoli: “The musical box” e “Firth of Fifht”. Eseguiti per intero, compresa l’introduzione al piano di quest’ultimo, depennata da Tony Banks nel 1975 e dunque assente anche dai live ufficiali dei Genesis tipo “Seconds out”. Modificati nell’arrangiamento, così come quasi tutti gli altri brani, per consentire di divertirsi anche ad un tizio che suonava principalmente i fiati, ma non snaturati, anzi presentati in tutto il loro magnificente splendore, sensazionali, eterni, ed accolti da una meritatissima standing ovation. Al di là delle due ore di ottima musica, il vero motivo per essere lì, la differenza tra un gran concerto ed un orgasmo.

Grazie, Steve! E grazie Maurizio per avermi proposto di andare a vederlo!

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Un pomeriggio di fine inverno sul Gianicolo

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